«Ma se il diritto deve pure determinare chi ha la facoltà dell'ultima decisione, occorre anche capire come si debba giungere a questa decisione, se attraverso l'arbitrio (nel senso buono di 'responsabilità') del capo o non invece per maturazione comunitaria, se cioè l'ultima' parola - pur necessaria per il cammino di una comunità - possa essere tale (ultima) solo se ce ne sono state prima altre, così da non essere l'unica'.

La lunga, travagliata discussione conciliare sulla collegialità, non come sostituzione del primato del Papa (come qualcuno accusava i promotori, i quali - almeno al Vaticano II - non l'hanno mai pensato), ma come aiuto per un esercizio più intenso e più agevolmente accettato, ha in fondo portato a renderci conto di come una più larga partecipazione alla maturazione di tutte le decisioni risponda alla natura stessa della Chiesa, la quale - è vero - non è una 'democrazia', ma è e dovrebbe essere sempre di più - e questo è ancora più impegnativo - una 'comunione'.

Forse l'allontanamento o il disinteresse di tanta parte del popolo di Dio (a cominciare dai giovani) potrebbero essere alimentati anche dal non sentirsi coinvolti realmente nella gestione della Chiesa.

Si potrebbe perfino giungere a riflettere sul fatto che la Chiesa ed ogni sua parte costitutiva dovrebbero invece diventare davvero testimonianza della SS. Trinità, di un unico Dio che è tale proprio perché è intima comunione di Tre Persone.

Ogni forma di individualismo all'interno della Chiesa non solo rende più difficile l'esercizio della propria responsabilità, ma soffoca o quantomeno attenua la missione dell'annuncio di Dio nel creato».

Luigi Bettazzi, Non spegnere lo Spirito, 52-53 (anno: 1996)