I discepoli (di Gesù) erano stati chiamati perché stessero con lui (cf Mc 3,13), invece di fatto si trovano a fuggire da lui (al momento del suo arresto).

L'abbandono degli amici è una ferita più amara dell'ostilità dei nemici” (M.G. Lepori, Simone chiamato Pietro, 102).

La fuga permette ai discepoli di salvarsi, ma essi non comprendono che è Gesù stesso che si preoccupa di salvarli (cfr Gv 18,8); ciò dice molto sulla linea tenuta da Gesù nell'accompagnare i suoi discepoli e nel guidarli in quei pochi anni: senza prepotenza, senza retorica.

“Dal tradimento di Giuda, dal rinnegamento di Pietro e dall'abbandono degli altri nelle ultime ore di Gesù emerge un dato: Cristo non ha né plagiato, né reso fanatici i suoi seguaci; li ha conquistati, ma lasciando intatta la loro libertà (G. Ravasi, I vangeli della passione, 48).

Gesù non abbandona nessuno di coloro che gli sono stati affidati. “Gli Apostoli sono diventati degli amici del Signore, buoni o no, generosi o no; fedeli o no rimangono sempre degli amici” (P. Mazzolari, Discorsi, 166).

Si può dunque tradire il Signore, ma lui non tradisce mai i suoi amici, neanche quando è rinnegato o venduto. “Non si può tradire che un amico, e in fondo solo uno che amava come Gesù li amava poteva veramente essere tradito. E solo uno dei suoi amici poteva veramente tradirlo (M.G. Lepori, Simone chiamato Pietro, 94).

Come Giuda si è potuto fregiare del titolo di amico nel momento più tetro e vergognoso della sua vita di discepolo, così ogni uomo resta amico del Signore sempre, in ogni momento della sua vita, anche in quello in cui è più lontano da lui.

Sergio Stevan, Giuda, 50