Radcliffe: “Compito del vescovo è ricondurre all'unità”

di Maria Teresa Pontara Pederiva

“Paolo lo chiama il “ministero della riconciliazione”. E' un ministero di “guarigione”, in grado cioè di superare le divisioni che esistono all'interno della società e della Chiesa, nelle parrocchie e nella diocesi, e all'interno della stessa Chiesa universale”.

Questo in sintesi il compito primario dei pastori della Chiesa di Dio secondo Timothy Radcliffe, il domenicano inglese, teologo fondamentale e docente di Nuovo Testamento, già maestro dell'Ordine dei Predicatori, rientrato dal 2002 al Convento dei Blackfriars a Oxford. Radcliffe era stato invitato martedì scorso a tenere l'omelia per la messa del 50° di ordinazione episcopale di William Kenney, religioso passionista, vescovo ausiliare di Birmingham e già vicario generale, presso la cattedrale di St. Chad. Tra i concelebranti anche Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e monsignor Antonio Menni, nunzio apostolico in Gran Bretagna.

Dal testo dell'omelia, gentilmente fornito dall‘Autore, emerge una figura di vescovo a servizio del popolo di Dio, fondata sulla preghiera sacerdotale di Gesù “perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

“Ci sono voluti secoli perché la Chiesa comprendesse che l'amore trinitario è un amore di completa parità. Per questo il vescovo ha il compito di costruire una comunità che superi le disuguaglianze, che dia forza ai più deboli, che purifichi da ogni tentazione di dominio e di sottomissione”.

Se è vero che la Chiesa ha una struttura gerarchica fin dal suo inizio (altrimenti sarebbe un insieme eterogeneo di individui e non un Corpo), si tratta però di una forma paradossale di gerarchia: i vescovi vengono ordinati per governare, ma il loro “governo” è sempre a servizio del governo di Dio, non della propria persona.

Il cardinale George di Chicago, come ricorda Radcliffe, ha denunciato recentemente che la Chiesa non è Cristo-centrica, bensì vescovo-centrica. Eppure il vero potere del vescovo è solo quello di aprire lo spazio al potere di Dio. Quindi dovrà “aiutare i più timidi a parlare, ascoltare la voce delle minoranze, degli emarginati e soprattutto la voce di quanti non sono in sintonia con lui”. In tal modo “non si tratta più di un'autorità del controllo e della denuncia, bensì di un'autorità che apre lo spazio della sorprendente grazia di Dio per ciascun uomo”.

“Consacrali nella verità”, continua la preghiera sacerdotale: il problema è che quando si comincia a dire la verità, sorgono polemiche, si instaurano divisioni e la scrivania del vescovo si riempie di lettere cariche di rabbia. “La più grande sfida per la leadership della Chiesa è quella di dire la verità mantenendo l'unità, ma è tutt'altro che facile”. Se si prende posizione su una questione morale, osando mettere in discussione l'insegnamento ufficiale, magari tentando qualcosa di nuovo, si rischia di provocare una tempesta.

Occorre una grande fiducia in Dio, è il suggerimento del domenicano, unita ad una grande umiltà. Ma dobbiamo anche essere estremamente umili di fronte a quello che altri possono insegnarci, a prescindere dal fatto che siano cristiani o meno: mettiamoci in sintonia con gli uomini del nostro tempo