Nella sala due donne, una levatrice e una bambinaia, volgevano le spalle alla porta. In mano alla bambinaia si dibatteva un tenero e frignante cucciolo umano, allungandosi e contorcendosi come un pezzo di gomma rosso cupo. La levatrice legava il cordone ombelicale per staccare il bambino dalla placenta.

Tonja giaceva in mezzo alla sala, sul lettino chirurgico con lo schienale mobile, sollevata in alto. A Jurij Andrèevic, che per l'emozione esagerava tutto, sembrava che ella fosse quasi all'altezza di quegli scrittoi che si adoperano stando in piedi.

Sollevata verso il soffitto, più in alto di quanto non siano i comuni mortali, Tonja sprofondava nelle brume di una sofferenza ormai vinta; come se da lei salisse un'infinita prostrazione.

Emergeva in mezzo alla sala allo stesso modo che in un porto un'imbarcazione appena attraccata e scaricata, che avesse compiuto la traversata del mare della morte per raggiungere il continente della vita con nuove anime emigrate qui da chissà dove.

Anche Tonja aveva appena effettuato lo sbarco di un'anima e ora giaceva all'àncora, riposando con tutta la leggerezza dei suoi fianchi liberati dal loro peso. Insieme a lei riposavano le sue attrezzature spossate e tese, e il fasciame, e il suo oblìo, la sua spenta memoria di dove fosse stata recentemente, di che cosa avesse traversato e di come avesse raggiunto la riva.

E poiché nessuno conosceva la geografia del paese sotto la cui bandiera aveva ormeggiato, non si sapeva neppure in quale lingua rivolgersi a lei.

B. Pasternak, Il dottor Zivago, 85-86