«Il corpo mi definisce, mi limita. È sempre al centro del mio orizzonte di azione e di pensiero; tuttavia percepisco che mi mette in contatto con ciò che è "oltre".

Il corpo è qualcosa in cui sono dentro, che avverto, che tocco, che vedo, che posso misurare e distinguere da un altro corpo. Ma se cerco di capire un po' di più, mi trovo in difficoltà.

Paradossalmente mi è più chiaro lo spirito che non vedo e non tocco, di cui però mi accorgo quando c'è perché allora il corpo è vivo, agile, svelto e quando viene meno perché è smorto, esangue.

Per un certo arco di tempo, non so quanto, il corpo occupa uno spazio. A un tratto si dissolve e si confonde con il resto della materia. Mentre è vivo, io sono lì dove lui è, anche se il mio cuore sa di abitare anche altrove, di abitare là dove desidera e ama.

Per questo il corpo è continuamente inquieto e in ricerca. Che cosa cerca? La sua identità? la sua verità? Un vero enigma!

Il mio corpo mi colloca in uno spazio e in un tempo, mi separa dagli altri e mi unisce, si muove e si arresta, è attratto e respinto, accende e spegne il pensiero. Si verifica per il corpo una certa coincidentia oppositorum. Fa tutto, ma tutto non è; è uno solo e ha bisogno di tutti; c'è, prima non c'era e poi non ci sarà; conosce ciò che è bello e buono, e conosce anche ciò che è brutto e gli fa male» (pp. 36-37).



«La regola classica della sessualità è molto semplice. La soddisfazione che viene dagli atti sessuali acquista vero significato umano quando è finalizzata all'unione amorosa di due persone legate da fedeltà reciproca definitiva e aperte alla fecondità.

Tutto ciò che non rientra in questa regola non rientra nell'ordine. Confluisce qui una marea di azioni, gesti, pensieri, desideri che vanno nella direzione giusta oppure che deviano più o meno da tale regola. Altre azioni e pensieri sembrano addirittura aver dimenticato il fatto dell'incontro, e si avvitano su se stesse o usano dell'altro come puro strumento di ripiegamento su di sé. Sono queste le perversioni più dolenti. (...)

Non è detto però che ogni "disordine" sia un peccato nel senso teologico e religioso del termine. Per arrivare al peccato occorre la coscienza che un gesto libero ed evitabile turba in modo grave l'equilibrio interiore e relazionale della sessualità bene ordinata e con ciò il rapporto di sottomissione al disegno divino per la felicità umana» (pp. 61-62).

Carlo Maria Martini, Sul corpo