«"Non solleverai il nome di Iod tuo Elohìm per falsità".

Niente a che vedere con la versione che legge: non nominare invano. Chi può stabilire quando è invano quel nome sulle labbra? Se affiora in un affanno oppure in un pericolo: è invano? Con l'acqua o con il fuoco alla gola, davanti alla perdita di un affetto, un amore? Se in cima all'allegria, per entusiasmo: è invano? La divinità non intende soffocare il suo nome che risale dal petto in una voce scossa, commossa.

Il suo rigo era più solenne e riguardava l'uso del suo nome in atto pubblico. "Non solleverai il nome": tutt'altro da pronunciarlo per impulso, si tratta di chiamare la divinità a garante di una testimonianza, di affermazioni. "Giuro su D. che", di questa formula si tratta. Non oserai sollevare quel nome a tutela di una falsità.

Chi osa, sia dannato. Infatti solo qui, in tutti e dieci punti battuti sul Sinai, si legge di seguito: "Perché non assolverà Iod chi solleverà il suo nome per falsità". Di tutte le dieci frasi che si stavano scrivendo innanzi a loro, solo qui si dichiara torto irreparabile, senza remissione da parte della divinità. Profanata per sostenere il falso, questa è la bestemmia priva di riscatto.

Come in tutte le guerre fatte in nome di quella divinità. "Non assolverà": perfino l'omicidio non ha questa clausola aggiunta. Qui si alza una siepe e uno sbarramento intorno all'uso pubblico e ufficiale di quel nome».

Erri De Luca, E disse, 53-54