«L'essere umano spasima di raggiungere una pienezza che non potrà mai ottenere, se non in rari e fugacissimi momenti. Il cuore dell'uomo anela a un'eternità di cui talvolta percepisce l'esistenza.
L'uomo è un perenne insoddisfatto, anche quando è apparentemente appagato di tutto. E questo avviene perché la vita di ciascuno di noi ha nostalgia di potersi riavvicinare all'Amore che l'ha generata. «Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Ebrei 13,14).
Il tempo per ogni creatura umana è un tempo breve, urgente, che passa e non torna. E in questo tempo fugace si gioca la riuscita della nostra vita, l'eternità, la nostra scelta per il sempre.
Un tempo breve, urgente, anche per il mondo che cambia, intorno a noi.
La Parola di Dio ci richiama a una dimensione essenziale del vivere: la dimensione della provvisorietà, il vivere da pellegrini, anzi da nomadi, come anche Pietro ribadisce nella sua prima Lettera ai capitoli 1 e 2.
Pellegrini ogni giorno. Forestieri in ogni luogo. Nomadi che ogni mattina levano la tenda e ogni sera la ripiantano, finché ci sarà data una casa stabile, una dimora per sempre.
Vivere lo spazio e il tempo da nomadi è un puro atto di umiltà. È finalmente percepirsi piccoli di fronte all'Universo e quindi non crederci mai degli "arrivati".
Nomadi. Questa è la condizione reale, oggettiva, di ognuno di noi, di ogni famiglia, di tutti su questa terra.
Ma siamo capaci di vivere così? Viviamo come pellegrini o come gente arrivata, sistemata? Come forestieri o come gente che ha messo qui le radici, come se non dovesse mai più andare via? Come zingari in una tenda, o come signori che cercano solo di stare bene, comodi, tranquilli, senza pensare al tempo che passa, al bene che resta, ai fratelli che tendono la mano?
Carlo Maria Martini, Le ali della libertà, 102-103