
«Che lo Spirito abiti la chiesa vuol dire, infatti, che Egli opera al fine di permettere l'incontro tra Cristo e le diverse epoche e culture in cui la chiesa si trova concretamente a vivere.
Egli agisce per attualizzare la pasqua di Cristo nella multiforme umanità in cui deve trovare accoglienza e mettere radici. Detto in altri termini, lo Spirito opera nella chiesa permettendole di essere sempre fedele al Cristo incontrato e annunciato dagli apostoli; ma una tale fedeltà non sarebbe reale se non perché lo stesso Spirito consente l'incontro tra Cristo e la concreta umanità che, con il suo carico di storia, incontra lui e vi aderisce in tempi e luoghi differenti.
Proprio in questo, la relazione della chiesa allo Spirito santo evidenzia un altro tratto della sua umiltà.
In quanto vivificata dallo Spirito, la chiesa deve mantenersi aperta e libera. Essa non sa in anticipo e in maniera astrattamente formale, infatti, che cosa concretamente significhi, nei diversi contesti e nelle diverse epoche, mantenere una reale fedeltà al Cristo conosciuto e annunciato dagli apostoli; perché non sa previamente dove possa condurla lo Spirito, nel suo ininterrotto lavorio di universalizzazione e, perciò, di attualizzazione della pasqua. Per questo, la chiesa è realmente se stessa quando, in fedeltà alla sua costitutiva relazione allo Spirito di Cristo, si vede costretta a respingere sia la tentazione dei cosiddetti "conservatori" sia quella, in fondo uguale e contraria, dei cosiddetti "progressisti". Continua a essere pertinente, in tal senso, e degno di essere ricordato quanto Kasper scriveva alcuni decenni or sono quando, richiamando come una chiesa che creda davvero nello Spirito che la abita e la vivifica non si può basare su "piani, prontuari o ricette", asseriva:
"Nella chiesa attuale lo Spirito fa paura sia ai "conservatori" che ai "progressisti": ai conservatori, perché si fidano dello Spirito unicamente quando egli si esprime in forme e formule loro note da sempre; ai progressisti, perché diventano impazienti e rassegnati quando la storia non si muove nella direzione da essi pronosticata o con il ritmo che s'attendevano. Sia gli uni che gli altri si rifiutano di osare, di sperimentare lo Spirito, dove l'esito non è stabilito" (W. Kasper, La chiesa come sacramento dello Spirito (1980), p. 96).
Ma accettare di essere abitata dallo Spirito di Cristo e accogliere, perciò, che "l'esito non è stabilito", non mostra sotto un'altra angolatura l'umiltà della chiesa? E ciò non si dovrà tradurre in uno sguardo di "realistica fiducia" verso tutte le epoche e tutte le situazioni in cui la chiesa si troverà a vivere, proprio perché si ha la certezza che, nello Spirito, Cristo è per tutti? E non dovrà tradursi in una certa qual attesa del modo in cui, in tempi e contesti nuovi, lo Spirito opererà l'incontro tra Cristo e le persone vive che, nella chiesa, di volta in volta a lui si consegneranno, nella lucida consapevolezza che ogni nuova adesione a Cristo comporta "una certa qual novità" per la stessa chiesa?».
Roberto Repole, L'umiltà della chiesa, 40-42