«a. Ho scelto Mosè come esempio di confortatore di un popolo in difficoltà, perché appare molto vicino a noi. E' di sostegno per altri, ma è a sua volta fragile, bisognoso di essere sostenuto, in quanto partecipe anch'egli dei timori, delle sofferenze, delle stanchezze del popolo. Il suo olio è anzitutto l'olio dell'umiltà, della coscienza della propria debolezza e inadeguatezza, coscienza che sconfina talora nella paura e nella pusillanimità.
Mosè sa di non essere all'altezza dell'opera che gli sta davanti: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua» (Es 4,10). Lo stesso Mosè, dopo aver ostentato sicurezza di fronte al popolo inseguito dagli egiziani dicendo loro: «Non abbiate paura, siate forti» (Es 14,13), si fa rimproverare dal Signore: «Perché gridi verso di me? Ordina agli israeliti di riprendere il cammino!» (Es 14,15). Ed è ancora Mosè a lamentarsi con Dio perché il popolo protesta a causa della mancanza d'acqua: «Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno» (Es 17,4). Non riuscirebbe a perseverare nella preghiera dì intercessione durante il combattimento contro Amalek, se Aronne e Cur non gli sostenessero le mani! (Es 17,12).
Mosè quindi è un confortatore che cerca conforto, un sostenitore che cerca sostegno, un consolatore che ha bisogno di essere consolato. È la figura di ciascuno di noi che, pur essendo stato unto con l'olio di letizia, avverte il peso delle vicende umane ed è tentato di depressione e di tristezza. Forse proprio per questo il suo ruolo di guida e di sostegno del popolo è tanto efficace.
b. E’ il primo insegnamento che vogliamo ricavare da Mosè e dai grandi consolatori della Scrittura: per infondere fortezza non è necessario essere forti noi, per dare speranza non è necessario sentirci sicuri noi, per infondere letizia non è richiesto che ci chiamiamo fuori da ogni prova.
La Scrittura ci presenta figure di guaritori feriti, di consolatori afflitti, di medici carichi delle malattie altrui, di risanatori di piaghe piagati, di pastori percossi. Gesù stesso ha applicato a sé l'immagine del pastore percosso (cf. Mc 14,27 che richiama Zc 13,7), del guaritore che «ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie» (Mt 8,17), e san Pietro lo presenta come colui dalle cui piaghe siamo stati guariti (cf. 1Pt 2,25).
Gesù ha invitato gli stanchi a venire a lui per trovare riposo (cf. Mt 11,28), ma lui stesso si è seduto presso il pozzo, stanco del viaggio (cf. Gv 4,6).
La nostra sincera partecipazione alle sofferenze della gente, alle umiliazioni della città, alle fatiche e alle stanchezze del nostro popolo, è la prima garanzia che siamo con il Signore, che siamo pastori come lui lo è stato, che possiamo dare olio di letizia proprio perché per primi ne abbiamo bisogno noi e lo invochiamo da Dio in questo giorno chiedendogli di ravvivare il dono che è già in noi».
Carlo Maria Martini, L'olio di Mosé. Omelia nella Messa Crismale 1993
Consolatori afflitti
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