Fermarsi in vacanza
di Enzo Bianchi
Nel Salmo 46 il Signore esorta i credenti a vedere le meraviglie che opera per gli uomini, a contemplare il giorno in cui farà cessare le guerre e poi impartisce loro un comando: «Fermatevi e sappiate che io sono Dio». La Vulgata fedelmente traduce: «Vacate et videte quoniam ego sum Deus». «Vacate», cioè fermatevi, da cui l'italiano «vacanza». Sì, le vacanze sono giorni in cui ci si ferma, si lascia il proprio lavoro, si abbandonano i riti quotidiani, si parte dal luogo abituale per dimorare in un luogo diverso, più o meno lontano, un luogo "altro", al mare, in montagna, in collina, visitando città.
Questo Salmo mi ha suggerito che in vacanza, una volta che ci si è veramente fermati, si possono vedere le opere di Dio, ci si può esercitare a contemplarle. Il rischio, infatti, è quello di vivere le vacanze freneticamente, inventandosi mille cose da fare pur di non fermarsi, di non cogliersi come creatura che respira in mezzo a tante altre co-creature sulla terra. Le vacanze, dunque, non sono forse il momento di pensare semplicemente alla terra, al mare, al cielo? Non sono il tempo per cercare di cogliere queste tre dimensioni che costituiscono il nostro quotidiano, ma che nel quotidiano ci sfuggono?
La terra: spazio su cui siamo buttati uscendo dal grembo di nostra madre, crosta dura sulla quale
impariamo a camminare; terra che scopriamo soprattutto nell'adolescenza e nella giovinezza, dopo averla assaggiata nell'infanzia; terra che con la maturità sentiamo di poter chiamare madre; terra che richiede tempo per essere conosciuta, gustata e, di conseguenza, amata. Dobbiamo percorrerla, lavorarla, guardarla con il desiderio di chi attende da lei i frutti, occorre scrutarla e a poco a poco abitarla, occorre essere convinti della necessità di amarla come noi stessi e, per questo, di lasciarla più bella di come l'abbiamo ricevuta. In vacanza, specie in montagna e in collina. C'è sempre un albero che chiede di essere guardato, c'è sempre un orizzonte che desta emozioni, c'è sempre una pietra che fedele, immobile al suo posto, ci parla. E vedere i colori della terra arata — penso alle crete senesi... — non ci fa forse gridare alla terra «madre mia!», liberandoci persino dalla paura di essere un giorno da lei accolti per sempre?
Se poi si va al mare, si incontra questa pianura blu srotolata davanti a noi che ci invita a solcarla, ad andare oltre, a navigare verso terre sconosciute: il mare non chiede di essere abitato ma attraversato.
Per me, se c'è un luogo di contemplazione, è la spiaggia, che cerco silenziosa, selvaggia, così da comprendere meglio quel continuo baciarsi tra terra e mare, quel bacio che è scambio di sabbia e di acqua... Il mare è tremendo, suscita anche paura, eppure non cessa di invitarci a sfidarlo, anche su una piccola barca che corre incontro alle onde... Amo il mare nel sole cocente d'estate e nella tenue luce dell'inverno. Con il suo mormorio di acqua sembra narrarci quel che è solo gemito e grido verso la terra e il cielo. In riva al mare sono portato a pensare: anche il libro che leggo riparandomi dai raggi del sole mi sembra più eloquente, più capace di farmi sognare.
E infine, sopra alla terra e al mare, ecco il cielo: di giorno abbaglia, ma al mattino, soprattutto all'aurora e all'alba sembra vivere, nel mutare del colore e nel crescere della luminosità. È l'ora in cui il cielo chiede di essere osservato, quando a poco a poco si spengono le stelle e all'orizzonte si affaccia la luce. Quanti però a quell'ora preferiscono dormire, perdendosi così lo spettacolo del cielo che si veste di luce per il giorno che inizia... Dalla mia bisaccia, in quest'alba in cui sto scrivendo, traggo pensieri di pace anche per costoro e per tutti i lettori in vacanza.
in “Jesus” del luglio 2014