«Che cosa impedisce oggi maggiormente di vivere questa radicalità di cui ci è esempio san Francesco? Ci troviamo di fronte nel nostro mondo occidentale all’ansia di possedere, alla paura di perdere, all’angoscia di rischiare, che rende tutti garantisti, aggressivi e polemici per la difesa del proprio benessere, sospettosi del bene altrui, solleciti più dell’interesse privato che del bene comune. Se dobbiamo dare un nome radicale a questa sensazione diffusa di bramosia dell’avere più che di desiderio di essere, la Bibbia ci risponde: è la paura della morte.
La lettera agli Ebrei presenta Gesù come Colui che ha liberato, con la sua morte e risurrezione, coloro che “per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,15). Quando l’orizzonte dell’immortalità e dell’eternità si restringe e si offusca, l’uomo si chiude nel presente, difende con accanimento quel poco che ha: sente che la morte è come in agguato per rapirgli i suoi beni e li vuole godere il più a lungo e il più intensamente possibile, tentando di esorcizzare e di dimenticare la sua finitudine... Ricordano i contemporanei di Francesco che, nei suoi ultimi giorni qui alla Porziuncola, piagato dalle stimmate a imitazione del crocifisso, passava il tempo nella lode “invitando i compagni prediletti a lodare Dio” e ripetendo il Cantico delle Creature. “E perfino la morte, a tutti temibile e odiosa, esortava alla lode; le correva lieto incontro, invitandola: ben venga mia sorella morte”.
Che cosa ci dice il ricordo di questa morte e di questo modo di morire alla luce degli eventi e delle nostre sfide? Noi sentiamo quasi una certa invidia e una profonda nostalgia per la libertà di spirito, la scioltezza spirituale e la gioia di Francesco d’Assisi di fronte alla morte. È l’esempio di come la vittoria di Cristo sulla morte trasforma il cuore dell’uomo. Non più lamentosità, ripiegamento su di sé, paura di perdere quel poco che si ha, grettezza d’animo ed egoismo. Ma gioia carità attenzione agli altri, speranza nel futuro, certezza della vittoria».
tratto da una omelia del card. Martini, in occasione della memoria del Transito di san Francesco (Assisi, 3.10.2005)
