Il collezionismo ecclesiastico
di Roberto Beretta
Recenti cronache, anche legate a «fattacci» relativi alla Chiesa, mi danno l'occasione di notare un curioso fenomeno di «collezionismo ecclesiastico», che a mio parere mostra qualche implicazione sospetta.
Mi riferisco ai prelati  - ahimé, quasi tutti di provenienza assai conservatrice - che fanno sfoggio di preziosità d'abbigliamento liturgico o anche solo canonico a dir poco desuete. Apprendo appunto dai giornali del cardinale che fa collezione di tricorni e del presule che per i suoi seminaristi pretende scarpe con fibbia d'argento, e le fa confezionare da un apposito calzolaio romano. Vedo foto di chierici piuttosto adulti addobbati con cotte riccamente ricamate, tutti pizzi e merletti (e con le mani devotamente giunte come nelle immaginette della prima comunione di qualche decennio fa). Leggo di un vescovo che si presenta all'altare con soffici babbucce ricamate d'ori, in studiato accostamento con preziosi guanti ante-concilio. Mi ha colpito soprattutto l'immagine di un vescovo che - oggi, Italia, 2014 - distribuisce la comunione sovrastato da un ombrello-baldacchino retto da una sorta di «cameriere liturgico» (non saprei come altro chiamarlo...) in marsina nera e farfallino bianco (sic!).
Non ho nulla contro il recupero e la valorizzazione degli oggetti del passato, anzi sono io stesso un perverso cultore di anticaglie. Però non posso fare a meno di chiedermi se e quanto, nell'atteggiamento tradizionalista di tanti integralissimi difensori dello status quo dogmatico e anche liturgico, giochi un certo estetismo, una nostalgia un po' feticista per oggetti e indumenti che permettono inconsciamente di regredire verso il passato di un'infanzia felice: anche ecclesialmente parlando.
Mi concentro infatti non tanto sulla predilezione per oggetti cultuali antichi che conservano un oggettivo valore artistico in sé e testimoniano il perseguimento di una bellezza davvero ad maiorem Dei gloriam, solida e consona coi gusti del tempo. Mi riferisco piuttosto agli accessori, agli ammennicoli come quelli sopra citati - manipoli, bizzarri berretti, trine, pantofole... -, che testimoniano di una leziosità appunto estetizzante e non di rado (mi perdonino le signore, ma credo capiscano cosa voglio intendere) molto «femminile». (...)
Come è ovvio quando si fanno discorsi generali, ciò non significa che l'ipotesi vada applicata genericamente sempre e dovunque. Però la teoria mi sembra sufficientemente testimoniata da fatti concreti per almeno metterci in guardia dal rischio: quello che, dietro al recupero (persino meritorio) di gloriose e significative realtà del passato, si nasconda la tentazione di bamboleggiarsi nel rococò. E ciò tanto più nella liturgia, dove il linguaggio dell'immagine è sempre pronto a scivolare dalla dignità profonda del simbolo alla superficialità solo esteriore dell'apparenza.