Quando la speranza ci fa rischiare 
di Dacia Maraini
Comincia un anno nuovo. Se solleviamo lo sguardo incontriamo orizzonti appesantiti da grosse nuvole che minacciano tempesta. Che fare? Arrendersi, scappare, deprimersi, disperare? La tentazione c’è, ma pure qualcosa ci dice che dobbiamo dare un calcio ai lamenti e ai mugugni se vogliamo entrare nell’anno nuovo col piede giusto.
Vogliamo cominciare con una parola desueta e impopolare? Una parola screditata perché apparentemente morbida e fragile. Ma che pure ha un cuore di ferro. La parola speranza. Che ad alcuni suscita un risolino beffardo, ad altri uno sbadiglio di noia. Ma pure bisogna riconoscere che senza speranza la realtà la si imbalsama come fosse un corpo morto. Un corpo dal cervello piatto che, nell’euforia dell’onnipotenza tecnologica, teniamo in vita pompando sangue dentro vene inerti.
Ma davvero è quello che vogliamo? Eraclito, che non era certo un ottimista, diceva che «senza speranza è impossibile trovare l’insperato». Sperare infatti non vuol dire mettersi a braccia conserte ad aspettare la manna dal cielo, ma rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
«Se ti trovi davanti due strade», scrive Terzani, «una che va in su e una che va in giù, prendi sempre quella che sale». La discesa è più facile, certo, ma di solito ti porta in un buco. Andare in salita è faticoso, ma è una sfida e ti porta in alto.
Pur sapendo che la speranza, come dice Bernanos, è piena di rischi. È addirittura «il rischio dei rischi». Ma se non rischi e ti fermi impaurito, alla fine sarai travolto. Perché, come ci suggerisce quella piccola cosa poetica che è l’orologio, tutto corre e si muove e chi resta fermo viene spazzato via dalla gran scopa della storia.
«La speranza è una cosa dotata di ali», pare di sentire la voce maliziosa e intelligente di Emily Dickinson, «che mette su casa nello spirito e canta un canto senza parole e non si ferma mai». Con quel poco di voce che ci è rimasta, ci tocca cantare, se vogliamo che qualcosa in noi voli. Il pericolo della stasi, suggerisce Naomi Klein, sta nel creare vuoti. «La politica odia il vuoto. Se non è pieno di speranza, qualcuno lo riempirà di paura». E la paura fa sognare draghi dalle mille teste che soffiano fuoco. Per tagliare quelle teste, ci armiamo e partiamo verso guerre inutili e micidiali. La paura arma la mano del razzista, del fanatico, del guerrafondaio. 
Faccio gli auguri alle persone che sanno sperare, come suor Rita e le sorelle di Casa Rut che raccolgono le prostitute minorenni per le strade di Caserta, come gli organizzatori del teatro del carcere di Latina guidate dal generoso Giorgio Maulucci, come il magistrato Di Matteo che sfida la mafia e le sue minacce oscene, come a tutti coloro che, anziché nascondersi dietro il luogo comune «tanto non c’è niente da fare, tanto sono tutti uguali», prendono per mano la vita come fosse un bambino e si incamminano verso una salita impervia con cuore allegro
in “Corriere della Sera” del 31 dicembre 2013