Il pudore ai tempi di internet 
intervista a Claudio Magris
a cura di Alessandro Zuccari 
 
A un certo punto, mentre si parla di verità nascoste e regole del silenzio, Claudio Magris fa una pausa, come se avesse un ripensamento: «Bisognerebbe scrivere un altro saggio – dice –. Sul rispetto o, meglio, sul pudore. Esiste un diritto all’opacità, come lo definiva lo scrittore Édouard Glissant, un’esigenza di non essere passati da parte a parte». Il gusto della sfumatura e il coraggio della distinzione sono, del resto, i tratti dominanti di Segreti e no (Bompiani, pagine 64, euro 7,00), nel quale Magris, da germanista e narratore, mette in dubbio l’ossessione contemporanea per la trasparenza incondizionata. «WikiLeaks, teorie del complotto, rivelazioni in tempo reale – elenca – ma se vogliamo capire l’Afghanistan degli ultimi anni dobbiamo andare a rileggerci il Kim di Kipling…». 
Non si fida dei segreti, professore? 
«Al contrario, ne ho grande rispetto. Proprio per questo, però, mi mette a disagio la schizofrenia in cui viviamo oggi. Da una parte siamo ossessionati dall’esigenza di trame occulte, dall’altra siamo in preda alla febbre della confessione pubblica. Tutto deve essere detto, tutti devono sapere, non c’è nulla che vada trattato con discrezione». 
Ne fa una questione politica? 
«Una questione di stile, in primo luogo. Sono cresciuto nella consapevolezza che l’amicizia è una realtà che coinvolge poche persone. Quando si ha una confidenza importante da fare, ci si rivolge a qualcuno che si conosce, non si chiude un messaggio nella bottiglia per poi affidarlo ai marosi di Internet. Rinunciare al segreto è un passo impegnativo, e anche molto rischioso». 
Perché? 
«Perché induce al cinismo, al pregiudizio meschino per cui così fan tutti, ogni armadio è pieno di scheletri, ogni segreto ne dissimula un altro. Viene meno il rispetto dell’altro, appunto, che già Kant considerava come una pre-virtù irrinunciabile. E la lotta contro il vizio non diventa per questo più efficace». 
Ne è sicuro? 
«Sicurissimo, così come non ho dubbi che ci siano casi in cui la porta va abbattuta con l’ascia. I reati devono essere rivelati e perseguiti. Eppure anche qui la categoria del rispetto resta irrinunciabile. Abbiamo visto troppe gogne pubbliche, troppe condanne emesse dai media senza attendere la sentenza dei tribunali, troppe vittime della vergogna». 
L’alternativa quale sarebbe? 
«Esigere di conoscere quello che è davvero rilevante per le nostre vite ed essere prudenti per il resto. Una fusione bancaria è qualcosa che mi riguarda e che richiede totale trasparenza. Ma la curiosità morbosa è un altro discorso: è un atteggiamento intollerabile, al quale purtroppo ci stiamo abituando. La casa di vetro non è che un mito. Ognuno di noi dovrebbe conservare la capacità di chiudere la porta, di dire: adesso basta, questo non vi riguarda». 
La letteratura può essere d’aiuto? 
«Mi viene in mente un classico del Novecento, Il segreto del cosiddetto Anonimo Triestino. Quel che c’è da scoprire il lettore lo scopre nelle prime pagine, ma a contare davvero è la rappresentazione del riserbo, di quanto sia difficile e indispensabile non rivelare una parte di sé. La letteratura serve a questo, a farci toccare con mano che cosa significa fare o non fare qualcosa. Nello specifico, mantenere un segreto oppure violarlo». 
E la dimensione religiosa? 
«Mi ha sempre colpito la tenacia con cui la Chiesa ha difeso il valore del segreto nel sacramento della Confessione. C’è un elemento di grandezza, in questo, e di rispetto autentico per la persona. Da ammiratore di Chesterton, sono invece diffidente verso ogni atteggiamento esoterico. Non amo i custodi del buio iniziatico. Il più delle volte, basta accendere la luce per rendersi conto che il sacrario è vuoto. La verità è semplice e Gesù, nel Vangelo, invita ad annunciarla con semplicità e chiarezza, gridandola dai tetti e proclamandola nelle piazze». 
Anche Papa Francesco è un estimatore di Chesterton. 
«Sì, Francesco ha la straordinaria saggezza dei bambini». 
In che senso? 
«Un bambino, quando gioca, non fa finta di giocare. È se stesso, in tutto e per tutto. Non mette in scena il segreto, ma lo vive, perché il segreto ha senso solo nel momento in cui viene vissuto. Il Papa ci sta ricordando che il cristianesimo, nella sua essenza più profonda, è questo invito a vivere in pienezza. A essere noi stessi, rinunciando alle rigidità dell’ideologia e alle illusioni del buonismo. Correndo qualche rischio, magari, perché anche questo fa parte della concretezza. Ma la verità, alla fine, è semplice e lieta, come l’acqua che Gesù trasforma in vino a Cana, come la spiga di grano che, già per i greci, raffigurava l’emblema di ogni mistero». 
 
in “Avvenire” del 19 gennaio 2014