Non nominare troppo Dio 
di Enzo Bianchi 
Annota il Vangelo secondo Matteo: «Gesù parlava di molte cose in parabole» (Mt 13,3). Sì, parlava di molte cose e in parabole. «Di molte cose» significa che Gesù non consegnava formule, verità codificate, ma parlava della realtà, di ciò che è quotidiano, di ciò che accade nella vita di uomini e donne. Mai nei Vangeli sinottici Gesù consegna agli altri delle formule su Dio, anzi di Dio parla poco... Ne parla solo perché emerga un'immagine diversa da quella preconfezionata trasmessa dai dottori della legge: un'immagine che si potesse decifrare nella sua vita umanissima e quotidiana, mai straordinaria, mai volta a incantare o a sedurre.
Gesù parlava di Dio «in parabole» senza nominarlo. Non aveva in bocca la parola «Dio», non aveva l'ansia di nominarlo a tutti i costi, parlando di Dio alla terza persona. Nelle parabole, possiamo dire, si trova una parola «non religiosa», una parola che indicava alla mente degli ascoltatori cose ed eventi umanissimi, terrestri: un fico che mette i germogli in primavera, del lievito che fa lievitare la pasta, un padre che attende e perdona il figlio perduto, un pastore che perde e ritrova una pecora, una donna che ritrova la moneta perduta, un agricoltore che semina il grano, un uomo che pianta una vigna, un altro che assume lavoratori nella sua vigna... Racconti, narrazioni in cui Dio non è il protagonista né uno dei personaggi, ma che, una volta ascoltati con gli orecchi e meditati nel cuore potevano comunque far capire qualcosa dei sentimenti, delle attese, delle azioni di Dio, di quelle che Gesù chiamava il Regno di Dio.
A volte venivano rivolte a Gesù delle domande su Dio, eppure egli non consegnava in risposta delle formule, ma rimandava all'esperienza umana alla microstoria in cui gli uomini e le donne sono coinvolti. Non c'era mai in Gesù l'ansia di fornire risposte catechetiche, di annunciare dogmi, di indicare leggi morali ferree: parlava in parabole, parlava di molte cose... «Non parlava come gli scribi», annotano i Vangeli, ma «parlava con autorità» (cfr. Mc 1,22 e par.), non come gli incaricati della religione, istituiti e muniti di potere, ma con l'autorevolezza che gli veniva dalla sua coerenza tra il dire e il fare. Tra le cause dell'opposizione a Gesù di scribi e sacerdoti va annoverato anche questo suo linguaggio umanissimo che sconcertava in bocca a un predicatore, perché egli non diceva quello che tutti dicevano e non ripeteva quello che era stato detto e che veniva chiamato tradizione.
Mai in Gesù un ricorso al «sovraumano»! Egli chiedeva invece di ripensare l'idea che quasi tutti avevano di Dio, mostrava di non disprezzare mai ciò che è umano e tanto meno gli uomini, a qualunque cultura o religione appartenessero. Gesù non parlava di un Dio onnipotente, vittorioso e che sa imporsi sugli uomini, lo accolgano o meno: parlava di un Padre che chiamava Abinu, «Padre nostro», o più confidenzialmente Abba (Mc 14,36), «Papà»; un Dio che conosce solo l'onnipotenza dell'amore, che desidera dare amore a chi non lo merita, che vuole salvare chi è perduto e si sente tale.
Proprio per questo Gesù «si è perduto», è stato annoverato tra i malfattori, giudicato amico di peccatori pubblicamente riconosciuti, impuro perché non ossessionato dalla purità e dall'ansia immunitaria. La sua carne era parola umana. Anziché parlare di Dio alla terza persona, Gesù preferisce nella sua preghiera, sovente solitaria, dargli del tu, invocarlo, lodarlo, ringraziarlo. Voleva che noi comprendessimo che la sua vita era narrazione in mezzo a noi uomini del Dio invisibile. E nel suo avvicinarsi e prendersi cura di chi era nel bisogno, Gesù "parlava" di Dio e lo faceva conoscere: non faceva discorsi su Dio, ma lo rivelava nella sua pratica di umanità. Sicché si poté dire: «Hai visto Gesù? Hai visto un vero uomo, hai visto Dio!».
in “Jesus” del maggio 2014