Venticinque anni fa la strage dei gesuiti 
di Lucia Capuzzi 
«C’era sangue ovunque. Monsignor Rivera y Damas, arcivescovo di San Salvador, pronunciò un’orazione funebre. Poi si voltò verso di me, che ero al suo fianco, e mi disse: “Sono stati gli stessi assassini di monsignor Romero”». Oggi sono trascorsi esattamente 25 anni da quella mattina del 16 novembre 1989, quando un giovane gesuita fece irruzione in casa dell’arcivescovo per annunciare il massacro dei sei confratelli che dirigevano l’Università Centroamericana José Simeón Cañas (Uca). 
In quel momento, monsignor Rivera y Damas faceva colazione con il suo ausiliare, Gregorio Rosa Chávez. È quest’ultimo a raccontare ad Avvenire, non senza commozione, la corsa frenetica verso il prestigioso ateneo. «Arrivati nel giardino, vedemmo i corpi sparsi, per terra»: Ignacio Ellacuría, rettore, teologo e filosofo, Ignacio Martín Baró, vicerettore e psicologo, Segundo Montes, sociologo, Amando López, Juan Ramón Moreno, Joaquín López y López, tutti e tre teologi. Tranne padre López y López, gli altri erano spagnoli di nascita e salvadoregni d’elezione. «Conoscevo padre Ellacuría da quando avevo 15 anni: era stato mio docente di scienze sociali al seminario. Fu il primo da cui udii pronunciare la parola “ecologia”. Quando, nel 1977 rientrai in Salvador dopo gli studi a Lovanio, ci ritrovammo: entrambi collaboravamo con l’allora nuovo arcivescovo, Óscar Arnulfo Romero – racconta Rosa Chávez, vescovo ausiliare di San Salvador –. Padre Ellacuría mi ha trasmesso l’interesse per la realtà in cui viviamo, la cui comprensione è un dovere evangelico per diventare lievito e luce della storia. Da ognuno dei “sei della Uca” ho imparato qualcosa: dal padre Moreno, la profondità nella direzione spirituale, dal padre López y López l’amore per l’educazione popolare, dagli altri il rigore intellettuale e la passione per la ricerca autentica ». Insieme ai loro cadaveri, quella mattina, per una crudele coincidenza, c’erano anche quelli della cuoca, Julia Elba Ramos, e la figlia 16enne Celina. Poche ore prima, le due avevano bussato alla porta dell’Università per sfuggire agli squadroni della morte che, in quell’epoca di guerra civile, straziavano San Salvador. Non potevano immaginare che le avrebbero inseguite fin dentro la “casa” dei gesuiti.
Non era la prima volta che la macchina repressiva salvadoregna violava platealmente chiese e conventi. Che i pastori venivano trucidati insieme alle loro greggi. D’altra parte, sarebbe stato «molto triste se i sacerdoti non avessero condiviso il destino di persecuzione del proprio popolo», diceva monsignor Romero. Quest’ultimo è stato l’esempio più emblematico di Chiesa incarnata nel martirio del Salvador: un proiettile gli straziò il cuore mentre celebrava la Messa nella cappella dell’Hospitalito, il 24 marzo 1980. La strage della Uca fece ripiombare il Paese nel medesimo incubo. Lacerante, per quanto annunciato. I nomi di padre Ellacuría e gli altri religiosi, proprio come in precedenza quello di monsignor Romero, erano scritti in cima alle liste di morte che i “falchi” del regime consegnavano agli scagnozzi. Ai loro occhi, gesuiti e arcivescovo condividevano la “stessa colpa”: la passione, squisitamente evangelica, per i «crocifissi della storia», secondo l’espressione di padre Ellacuría. Da qui, la loro opzione per i poveri, intesa non come scelta di classe, ma come fedeltà a Cristo e alla sua Buona Notizia. A questo hanno dedicato la vita. E per questo l’hanno consapevolmente offerta. Perciò – come disse l’arcivescovo Rivera y Damas –, i responsabili erano gli stessi, anche se materialmente avevano colpito mani diverse. Alla Uca, per ammissione dell’allora presidente Cristiani, aveva agito il battaglione Atlacatl dell’esercito. Nove militari furono processati, condannati e subito rilasciati con vari escamotage. I mandanti, identificati dopo la firma degli accordi di pace da una commissione Onu, non sono mai stati perseguiti. 
in “Avvenire” del 16 novembre 2014