Il ginecologo che salva le dannate del Congo 
di Pietro Del Re 
È giorno di visite e davanti allo studio del dottor Denis Mukwege, un gigante di quasi sessant’anni con lo sguardo affilato e la voce rassicurante, c’è già una folla di dannate che aspetta. Alcune di loro sono state appena ricucite. Altre, sbarcate la notte scorsa da villaggi lontani, hanno ancora la gonna insanguinata. «È vero, le violenze sessuali sono leggermente in calo, ma si fanno sempre più feroci: da qualche mese, gli stupratori s’accaniscono anche sui bebè», spiega questo ginecologo congolese che, per aver fondato nel cuore dell’Africa equatoriale l’ospedale Panzi, è stato appena insignito del Premio Sakharov, sorta di Nobel per la pace del Parlamento europeo, vinto lo scorso anno dalla giovane pachistana Malala Yousafzai. Al Panzi, dal 1998 a oggi sono stati rammendati i corpi mutilati di oltre 40mila donne, vittime di una guerra dimenticata che da due decenni insanguina il Congo orientale. «I colpevoli degli abusi sui più piccoli sono per lo più ex bambini-soldato, a loro volta traumatizzati in tenera età e cresciuti nella prevaricazione e la brutalità, da sempre drogati di crudeltà», dice “l’uomo che ripara le donne” o il “dio delle mamme”, come qui tutti chiamano il dottor Mukwege, eroe di un mondo che non verrebbe voglia di raccontare.
Per raggiungere il suo ospedale devi arrampicarti su una collina di baracche e fango che sovrasta Bukavu, popoloso capoluogo del Kivu bagnato dalle acque grigiastre dell’omologo lago. L’infinito conflitto che funesta questi altipiani dura dal 1994, dai tempi del genocidio nel vicinissimo Ruanda, e per via dei numerosi Paesi che negli anni vi hanno partecipato è stato definito la Prima guerra mondiale d’Africa: lo stupro ne è subito diventata l’orrenda caratteristica. «La violenza sessuale lascia le persone in vita, ma distrugge le famiglie e interi villaggi per le generazioni a venire», spiega il medico congolese, che continua a chiedersi se dietro i protagonisti di queste sevizie, siano essi soldataglie allo sbando, orde di ribelli o eserciti regolari, non vi sia qualcuno, una nazione o una mente luciferina che a freddo ordisca tanto male.
Dice ancora il dottor Mukwege: «Ogni violenza sessuale è di per sé atroce, ma troppo spesso qui ci sono casi davvero spaventosi. Penso agli stupri multipli, perpetrati anche da 10 soldati su una sola poveretta, e che proseguono con l’introduzione di oggetti, colla, sabbia o chiodi nella sua vagina. Di solito, l’ultimo stupratore infila la canna del fucile e spara un colpo. Oppure usa un coltello per lacerarla ». Oltre che a cucire e riparare donne, il ginecologo ha pazientemente raccolto le loro atroci testimonianze, diventando nel mondo la voce di queste martiri con le organizzazioni umanitarie e con i leader del pianeta che gli è capitato di incontrare. Un giorno, però, ha dovuto smettere di annotare i racconti delle sue pazienti: «Ero troppo turbato da ciò che mi dicevano e il mio lavoro rischiava di risentirne. Non riuscivo più a concentrarmi». Nella camerata post-operatoria contiamo una sessantina di letti occupati da donne di tutte le età. Ci sono bambine, ma anche donne anziane, perché 
le belve del Kivu sono pronte a sbranare chiunque. All’inizio, gli stupratori erano soprattutto gli interhamwe, gli ex genocidari ruandesi rifugiati in Congo. Ma da anni lo sono tutti, compresi gli uomini dell’esercito regolare e quelli del contingente dei Caschi blu. «Da noi sono arrivate anche 300 donne in un solo mese, con una su tre che necessitava un intervento chirurgico importante », spiega il dottor Mukwege.
Al pian terreno incontriamo le convalescenti, alle quali viene insegnato il cucito, perché dopo lo stupro la maggior parte delle donne è rifiutata dai mariti, e spesso esclusa dalla sua comunità.
Queste reiette le incroci per le strade di Bukavu, trottando con 50 chili di carbone sulle spalle per meno di un dollaro al giorno. «Chi se la prende con le donne mira allo spopolamento. Loro non potranno più avere figli, o magari moriranno di Aids. Ma capita anche che dopo aver assistito a uno stupro anche i mariti diventino impotenti».
Tornati nel suo studio, il ginecologo ci mostra una foto che lo ritrae abbracciato a una bella ragazza: «Quando me l’hanno portata era priva di sensi. Sotto, non aveva più nulla: le avevano distrutto l’intero apparato genitale. L’ho dovuta operare più volte. Era stata per anni la schiava di qualche banda di ribelli. Adesso è libera, lavora in una piccola cooperativa di sarte e si sente finalmente donna, sia pure senza una vita sessuale », dice Mukwege.
Quando gli chiediamo se è vero che a Bukavu i ribelli infieriscano meno di una volta, perché i combattimenti si sono spostati più a Nord, intorno a Goma, il medico alza gli occhi al cielo. Troppe volte gli è capitato di assistere a nuove, spaventose impennate di violenza, e troppo spesso è accaduto che donne da lui ricucite fossero nuovamente violentate pochi mesi dopo essere tornate nei loro villaggi. «Adesso ci sono questi stupri spaventosi sui bimbi di due o tre anni. Una volta se la prendevano solo con le donne. Oggi, sperimentano questa nuova, se possibile, più perversa forma di violenza».
Molte sue pazienti sono cattoliche e il dottor Mukwege è convinto che una parola del Papa sul loro calvario avrebbe un effetto dirompente, «perché le urla di queste donne muoiono spesso qui da noi, ma se qualcuno ci aiutasse a farne cassa di risonanza l’orrore potrebbe finire più in fretta». È per questo motivo che il “riparatore delle donne” si dice così felice di aver vinto il Premio Sakharov, perché ieri, quando glielo hanno consegnato al Parlamento europeo di Strasburgo, ha potuto parlare delle martiri del Congo orientale di fronte alla comunità internazionale. Nella speranza che non vengano dimenticate troppo in fretta. 
in “la Repubblica” del 27 novembre 2014