Dr. Alberto Pellai
Medico, Psicoterapeuta dell'età evolutiva, Specialista in Igiene e Medicina Preventiva, Dottore di Ricerca in Sanità Pubblica. Lavora come ricercatore presso il Dipartimento di Sanità Pubblica dell'Università degli Studi di Milano, dove è docente di Educazione Sanitaria e Prevenzione.
Alcune giorni fa insieme ad una ragazza adolescente mi sono messo ad osservare e commentare con lei il suo profilo Facebook. Siamo partiti dall’immagine che aveva scelto come immagine di “copertina”. Si trattava di una sua foto scattata al mare questa estate. In quella foto lei era seduta sulla spiaggia con le ginocchia rialzate e le mani appoggiate dietro di lei a sostenere il peso del corpo. Insomma una posa da “sirena”. Lei indossava un bikini e la foto era stata scattata mostrando la sua immagine dal collo in giù, ovvero non si vedeva la testa.
Con lei ho discusso del fatto che lei in questa foto, scelta come sua “carta di identità” fosse esclusivamente un corpo da guardare. Le ho anche chiesto che cosa, secondo lei, potevano pensare le persone che si fossero imbattute in quella immagine, in particolare quali aggettivi avrebbero potuto usare per commentare quella immagine. Gliene ho proposti un po’: da bella e gnocca a intelligente e simpatica.
Chiaramente gli unici aggettivi che potevano essere selezionati per commentare la foto erano quelli relativi al suo aspetto estetico. Insieme abbiamo convenuto che l’unica cosa che veniva comunicata da lei attraverso l’immagine del suo profilo era legata alla sua apparenza, alla sua carica sessuale. Insomma, coincideva perfettamente con lo stereotipo che le ragazze di successo devono essere belle, sexy e disponibili. Le ho infine chiesto se lei era d’accordo ad essere pensata in questo modo da tutti coloro che avrebbero guardato la sua immagine o se le sarebbe piaciuto che la gente dicesse di lei anche altre cose. Lei ci ha pensato su e poi ha sorriso un po’ triste. In quel sorriso ho intuito che per la prima volta si era resa conto dei pensieri che avevamo appena condiviso insieme.
Poi siamo andati a vedere il numero dei contatti che ha sul suo profilo. E sono rimasto senza parole: lei ha più di 3800 contatti. Le ho fatto notare che io, con la mia pagina pubblica, avendo un ruolo pubblico e incontrando ogni mese centinaia di persone in tutta Italia in occasione delle conferenze che tengo, sono arrivato a poco più di 4000. Lei vive in un piccolo paese di provincia, frequenta una scuola di provincia e ha lo stesso numero di contatti di un professionista cinquantenne che si muove in tutta la nazione. Lei mi ha risposto: Ma io i miei contatti li conosco tutti.
Allora le ho proposto di andare a visionarli ad uno ad uno – i suoi contatti - e di verificare con lei se fosse stata un grado di
fornirmi dieci informazioni di massima intorno ad ognuno di essi. Si è subito resa conto di dove volevo portarla: ciò che lei pensa di conoscere, in realtà non è niente più che una foto e un nome (quando le va bene).
Infine le ho detto: “Sono più che certo che nei tuoi quasi 4000 contatti ci sono almeno 400 persone che hanno più di 40 anni e che da settimane quando vanno sul tuo profilo la prima cosa che vedono di te è la foto del tuo corpo vestito di un bikini e senza testa. Cosa provi ad immaginare che un 50enne che non conosci, che magari abita a 500 Km da casa tua, possa guardare la tua foto in bikini quando vuole e pensare di te ciò che gli pare e piace, senza mia averti conosciuta e incontrata nella realtà?”
A quel punto, la ragazza mi ha detto: Ok, hai ragione. Non ci avevo pensato. Adesso vado a casa e cambio la mia immagine del profilo.
In effetti, ieri sono andato a vedere il suo profilo Facebook: l’immagine non c’è più. In realtà non c’è più nemmeno la sua foto. Ha messo la foto del suo ragazzo.
Ecco, penso che questo sia un esempio di “sfida educativa del terzo millennio”: ovvero la facilità e velocità con cui i ragazzi fanno molte cose, senza aver pensato a nessuna delle implicazioni che dalle loro stesse azioni e scelte possono derivare. Il problema è che molte loro azioni e scelte avvengono in modo totalmente estemporaneo, nel tempo di un click. Occupano lo spazio di un millisecondo e vengono agite senza alcuna riflessione che a quelle stesse azioni attribuisca un significato. Per trovare i significati ci vuole tempo, pazienza e un adulto che sappia sedersi al loro fianco e fare le giuste domande per trovare insieme le giuste risposte. E quando queste risposte arrivano, allora poi cambiano anche le azioni. E di conseguenza, possono essere trovati e condivisi i significati di ciò che facciamo.
Sapete fare le giuste domande ai vostri figli? Vi siete seduti al loro fianco per guardare insieme a loro il profilo Facebook che hanno creato? Commentate le immagini che loro e i loro amici postano di se stessi?
Condividete le vs esperienze insieme ai genitori che seguono questa pagina. E se vi sembra importante, condividete questo post con genitori e insegnanti che vivono a fianco di ragazze preadolescenti e adolescenti che spesso si trovano intrappolate verso stimoli che le spingono ad una sessualizzazione ed erotizzazione precoce che potrebbe rivelarsi alquanto autolesiva.