
La profezia di Osea
di Gianfranco Ravasi
(...) Il profeta non è tanto l'indovino (pro-, «prima») che proclama (femì, «dire») il futuro, ma è colui che in nome di Dio (pro-, «in luogo di») e in modo non esoterico bensì pubblico (pro-, «davanti a») annuncia il senso trascendente della vicenda umana, non riducibile a una mera nomenclatura di date e dati o a una fenomenologia di atti e fatti destinati a essere risucchiati dal baratro del nulla dal quale sono germogliati.
È per questo che le pagine profetiche hanno coordinate storiche precise e sono striate dai colori «evenemenziali» della politica, dei commerci, delle questioni sociali. Quell'involucro è, però, squarciato dal profeta che sotto di esso individua il ramificarsi di un disegno o almeno di un significato ulteriore. (...)
L'etichetta di "profeta" è stata spesso applicata agli autentici testimoni della fede. È il caso dell'arcivescovo di San Salvador, Oscar A. Romero, brutalmente assassinato a pistolettate da un sicario del potere politico e finanziario il 24 marzo 1980 a 62 anni, proprio mentre stava celebrando la Messa nella cappella di un ospedale per malati di cancro. Con l'introduzione di Jon Sobrino, un teologo gesuita ispano-salvadoregno, anch'egli sfuggito a un attentato, si presentano le due ultime omelie "ufficiali" del vescovo alle soglie della Pasqua che in quell'anno sarebbe caduta il 6 aprile (Romero era stato assassinato una dozzina di giorni prima). La prima è la più ampia ed emozionante perché in essa c'è il succo del suo impegno per la difesa di un popolo umiliato e vessato da un potentato politico ed economico arrogante e criminale.
L'etichetta di "profeta" è stata spesso applicata agli autentici testimoni della fede. È il caso dell'arcivescovo di San Salvador, Oscar A. Romero, brutalmente assassinato a pistolettate da un sicario del potere politico e finanziario il 24 marzo 1980 a 62 anni, proprio mentre stava celebrando la Messa nella cappella di un ospedale per malati di cancro. Con l'introduzione di Jon Sobrino, un teologo gesuita ispano-salvadoregno, anch'egli sfuggito a un attentato, si presentano le due ultime omelie "ufficiali" del vescovo alle soglie della Pasqua che in quell'anno sarebbe caduta il 6 aprile (Romero era stato assassinato una dozzina di giorni prima). La prima è la più ampia ed emozionante perché in essa c'è il succo del suo impegno per la difesa di un popolo umiliato e vessato da un potentato politico ed economico arrogante e criminale.
Come Amos, il profeta contemporaneo di Osea, che aveva osato puntare l'indice contro la corruzione del regime di Samaria, così monsignor Romero denunciava in una lunga lista di eventi vissuti dalla sua Chiesa le violenze spietate, le vittime, gli abusi, le torture, in pratica il solito tragico rosario degli atti tipici delle tirannidi. Ma questo panorama oscuro è squarciato dalla profezia. Da un lato, infatti, egli esalta la storicità della salvezza perché il Dio biblico, trionfatore sul potere faraonico, non è un imperatore impassibile relegato nei suoi cieli dorati ma opera nella storia, e il suo agire è fonte di fiducia per i perseguitati. D'altro lato, la sua trascendenza è paradossalmente principio efficace di liberazione perché egli non ha interessi umani da tutelare, non accetta compromessi e si schiera dalla parte della giustizia, essendo un Dio morale.
in “Il Sole 24 Ore” del 31 agosto 2014