«Dopo la passeggiata in Villa ti veniva un po' di malumore nel tornare a casa.
Lasciavamo indietro l'aria del lungomare che soffiava e faceva il giro del golfo. Prendeva alle spalle, spingeva a farci correre, tu le resistevi tenendoci per mano ed era bello starsene al vento.
Quando ripigliavamo la trama dei vicoli l'aria tornava prigioniera. Il cielo saliva sui palazzi, lontano, mentre sul lungomare scendeva fino a toccare le onde. A casa c'era l'aria lasciata, già tutta respirata, spugna di odori. Ti veniva un po' di malumore risalendo.
Calavamo dai vicoli, selciato sconnesso che percorrevo guardando sempre in terra. La prudenza cominciava da dove si poggiavano i piedi e proseguiva fin dove si posavano gli occhi. Era meglio non vedere tutte le cose della strada.
Calavamo dal vicolo che scendeva con scale tra le case e un muro di tufo. Venivamo giù dalla città stretta e arrivavamo al largo dove la città finisce di colpo davanti al mare.
Respiravamo dagli occhi, prima di tutto da lì entrava l'aria e poi si faceva spazio nella gola chiusa, nei polmoni spaventati che ad aprirsi tossivano. Il mare col cielo a pelo di acqua mandava un vento che era di aria, ma si comportava come le onde saltando sugli alberi della Villa come fossero rocce, li scuoteva, li puliva e le facce nostre sfregate dalla sua corrente diventavano fresche, rosse e gli occhi luccicavano.
Tu ci conducevi a quella festa. "A prendere aria", dicevi tu, ed io trasformavo in mente: "Ad essere presi dall'aria".
D'inverno i cappotti erano minima zavorra di fronte alle sue corse. Avrei voluto cedere, mollare l'ormeggio della tua mano e lasciarmi sollevare ed essere rotolato dalla scopa del vento, ma era un gioco, non mi avrebbe tenuto molto nel suo fazzoletto in volo e mi avrebbe lasciato cadere per prendere subito un altro bambino, un'altra foglia, un'altra carta. Il vento toccava ogni creatura con la stessa forza, reggeva il salto a un bambino così come lanciava onde al castello in mezzo al golfo spruzzandogli la cima.
Se era così forte scappavamo, ma nemmeno rientrare dalla bufera ti faceva venire voglia della casa».
Erri De Luca, Non ora, non qui, 56-57