La presa di parola nella comunità ecclesiale
di Giovanni Nicolini
"La presa di parola nella comunità ecclesiale", nella mia vicenda di cristiano e di prete, è antica di ormai cinquant'anni. La Bologna di Lercaro e del Concilio e la guida spirituale di Giuseppe Dossetti ci hanno regalato questa "presa della parola" come possibilità e consuetudine di ogni messa feriale.
Ovviamente, una "presa di parola" generata dal quotidiano ascolto della parola come preghiera personale di ciascuno. E con una "verifica-revisione" della lectio continua offerta dal Lezionario. (...) Questa è la preghiera personale di ciascuno e diventa appunto "la presa di parola" nella liturgia quotidiana, dove sempre viene commentato un libro della Bibbia. Non dunque la predica del prete che presiede, ma una conversazione, alla quale tutti sono invitati.
La nota forte di questa esperienza è l'ascolto della parola, come “parola nella storia". Dio ha parlato sempre "nella storia": al suo popolo e a ognuno dei suoi figli e delle sue figlie, nella tessitura concreta delle vicende, delle culture, dei grandi eventi e del cammino di ciascuno. E per questo la parola di Dio si è sempre "relativizzata", cioè si è sempre posta "in relazione" con la storia di ciascuno e di tutti. (...) Nella Bibbia, persino Dio si pente e si converte. Dunque, quella parola, che in te si relativizza e si incarna, quella parola che è antica e sempre nuova, più che dare risposte e sentenze, pone domande e allarga gli orizzonti. Al punto che nessuno la possiede. Nessuno possiede la verità! E non perché la verità non c'è, ma perché la verità è sempre più grande, e l'unico modo per essere nella verità è, come suggerisce anche il grande Giovanni, di camminarci sempre. (...) Con il papa argentino arrivato a Roma tutto questo si sta dilatando, a partire da una piccola parrocchia "inventata" (vuol dire "trovata"!) in Vaticano e lui che ogni mattina dice messa e commenta la parola. Il gesto rivoluzionario attua quello che il documento conciliare chiedeva sessant'anni fa. Ma il Concilio era "troppo avanti" per la chiesa di allora, che, miracolosamente, aveva prodotto un evento troppo profetico. Oggi non è così. Papa Francesco rende presente e urgente quello che con qualche compromesso il Concilio aveva generato. La sua "gioia del vangelo", che m'è sembrata un po' la risonanza dell'omelia di esordio del Concilio: «Gode la madre Chiesa» del santo papa Giovanni XXIII, è una divina conversazione, fatta sul balcone che guarda tutte le chiese e tutto il mondo di oggi e di domani. La riforma della chiesa che il papa ha avviato è la più grande e importante di tutta la storia della chiesa. E di questa riforma, la parola del Signore è la fonte e il cuore: una parola data a tutti e affidata a tutti! È l'unica via per uscire da una stretta che ormai diventava soffocante! (...) Con questo papa la tensione si è radicalmente attenuata. Il problema non è più il conto di chi è dentro e di chi è fuori. Lui stesso osserva che la pecora smarrita del gregge non è una sola: ne sono scappate novantanove su cento! E il papa fa notare che non possiamo continuare a pettinare l'unica che è rimasta. Bisogna uscire per cercare e per incontrare le altre novantanove. Siamo tutti fuori. Tutti in cammino. Il compito non è più quello di stabilire chi è dentro e chi è fuori, ma è quello di portare il vangelo a tutti quelli che sono in cammino, qualunque sia la loro condizione. E questo lo si è visto bene nell'occasione del Sinodo e della sua preparazione. (...) Tende a collocare ogni situazione e ogni questione nella concreta tessitura della storia. E non chiede un giudizio, ma invita a porsi il problema: come portare il vangelo anche là? (...)
in “Servitium” n. 220 del luglio/agosto 2015