Anche Dio ha traslocato in città
di Andrea Riccardi
Dio vive nella città? Vive ancora nella città contemporanea, quella di donne e uomini così diversi dai cristiani devoti di altre generazioni? La città contemporanea appare l’incarnazione della crescita del mondo, quella della tecnoscienza e della padronanza dell’uomo sulla vita; ma è anche la realtà dell’agglutinarsi problematico dei drammi della società. In questa città sembra non ci sia spazio per Dio, per la vita di fede, se non in qualche angolo ben riparato o in qualche spazio residuale. Questa è l’opinione corrente, con cui fare i conti. La risposta alla domanda se Dio vive nella città appare, di primo acchito, negativa. Dio avrebbe lasciato la Babele umana, quella città costruita dall’uomo per farsi grande ed esaltarsi, ma che rappresenta anche il suo dramma e l’abisso della sua debolezza.
Si potrebbe dire che la città è un mondo. Grandi città contemporanee, come Istanbul, sono chiamate «città-mondo», per la complessità degli universi che contengono, unite, talvolta in modo inestricabile, tra loro, entro gli stessi confini urbani. (...) Dio è uscito dalle città? Questo sarebbe accaduto, anche se oggi l’umanità abita quasi pienamente in esse. Pensare Dio, il Dio della fede cristiana, fuori dalle città esprime una coerenza di pensiero che viene da lontano. È quello dell’affermazione della modernità laica e secolare contro la Chiesa e lo spazio della fede. (...) Questa lettura (...) è stata anche assunta dai cristiani e dalle loro Chiese: ha informato una pastorale difensiva in talune stagioni o ha spinto alla missione evangelizzatrice in altre, mentre in alcuni momenti ha generato una lettura pessimistica del presente e tant’altro. (...) Ignorare la portata antropologicamente trasformatrice della globalizzazione è spesso vivere e pensare come se la storia passasse invano. (...) La città globale è una realtà, anzi la nostra realtà. Insomma Dio vive nella città, in questa città globale. Bisogna riscoprire la sua presenza, renderla eloquente con una nuova pastorale, trovare le parole e i gesti per esprimerla. La città globale è anche un mondo saturo di religiosità. Spesso nelle città esiste un lessico religioso che non è cristiano o si riferisce al cristianesimo solo in modo marginale. La città globale è anche religiosa. Ma di quale religione? (...) In questo rinnovato quadro di convivenza umana, frutto dell’urbanesimo e della globalizzazione, non si possono riproporre modalità e strutture di vita della Chiesa che appartengono ad altri tempi. Soprattutto la Chiesa non è chiamata a una «battaglia» ideologica contro la secolarizzazione, ma a una conversione pastorale nella nuova situazione dell’uomo e della donna contemporanei. Il cardinale Bergoglio, nel 2011, sosteneva che «Dio vive nella città e la Chiesa vive nella città. La missione – continua – non si oppone a cercare di apprendere dalla città – dalle sue culture e dai suoi cambiamenti – mentre noi usciamo a predicarle il Vangelo». La Chiesa ha la missione di evangelizzare gli uomini e le donne della città, ma deve anche capirla e porsi in atteggiamento di ascolto verso le sue tante voci. Perché Dio vive nella città. Questa non è il luogo della morte di Dio. Così si può vivere il Dio nei cristiani nella città plurale e questo diventa un fatto di popolo, pur convivendo con altri percorsi religiosi e umani. Siamo lontani dal pessimismo ideologico verso la secolarizzazione (...).
Si potrebbe dire che la città è un mondo. Grandi città contemporanee, come Istanbul, sono chiamate «città-mondo», per la complessità degli universi che contengono, unite, talvolta in modo inestricabile, tra loro, entro gli stessi confini urbani. (...) Dio è uscito dalle città? Questo sarebbe accaduto, anche se oggi l’umanità abita quasi pienamente in esse. Pensare Dio, il Dio della fede cristiana, fuori dalle città esprime una coerenza di pensiero che viene da lontano. È quello dell’affermazione della modernità laica e secolare contro la Chiesa e lo spazio della fede. (...) Questa lettura (...) è stata anche assunta dai cristiani e dalle loro Chiese: ha informato una pastorale difensiva in talune stagioni o ha spinto alla missione evangelizzatrice in altre, mentre in alcuni momenti ha generato una lettura pessimistica del presente e tant’altro. (...) Ignorare la portata antropologicamente trasformatrice della globalizzazione è spesso vivere e pensare come se la storia passasse invano. (...) La città globale è una realtà, anzi la nostra realtà. Insomma Dio vive nella città, in questa città globale. Bisogna riscoprire la sua presenza, renderla eloquente con una nuova pastorale, trovare le parole e i gesti per esprimerla. La città globale è anche un mondo saturo di religiosità. Spesso nelle città esiste un lessico religioso che non è cristiano o si riferisce al cristianesimo solo in modo marginale. La città globale è anche religiosa. Ma di quale religione? (...) In questo rinnovato quadro di convivenza umana, frutto dell’urbanesimo e della globalizzazione, non si possono riproporre modalità e strutture di vita della Chiesa che appartengono ad altri tempi. Soprattutto la Chiesa non è chiamata a una «battaglia» ideologica contro la secolarizzazione, ma a una conversione pastorale nella nuova situazione dell’uomo e della donna contemporanei. Il cardinale Bergoglio, nel 2011, sosteneva che «Dio vive nella città e la Chiesa vive nella città. La missione – continua – non si oppone a cercare di apprendere dalla città – dalle sue culture e dai suoi cambiamenti – mentre noi usciamo a predicarle il Vangelo». La Chiesa ha la missione di evangelizzare gli uomini e le donne della città, ma deve anche capirla e porsi in atteggiamento di ascolto verso le sue tante voci. Perché Dio vive nella città. Questa non è il luogo della morte di Dio. Così si può vivere il Dio nei cristiani nella città plurale e questo diventa un fatto di popolo, pur convivendo con altri percorsi religiosi e umani. Siamo lontani dal pessimismo ideologico verso la secolarizzazione (...).
in “Avvenire” del 4 novembre 2014