Tra secolarità e secolarismo 
di Gianfranco Ravasi 
La distinzione lessicale è fluida, eppure è necessario isolare due ambiti nominalisticamente affini, ma sostanzialmente alternativi. Intendiamo riferirci alla coppia «secolarità» (o laicità) e «secolarismo» (o laicismo). La secolarità è una categoria di matrice cristiana che libera la religione da ogni concezione integralistica e teocratica, memore della distinzione sancita dallo stesso Cristo in modo lapidario: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Matteo 21,21). Può sorprendere, ma il fondatore del cristianesimo era un laico, come ribadisce uno scritto neotestamentario, la Lettera agli Ebrei: «È noto che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio... Perciò, se Gesù fosse sulla terra, non sarebbe neppure sacerdote» (7,14; 8,4). Gesù non apparteneva, infatti, alla tribù sacerdotale di Levi ma a quella laica di Giuda, per cui il sacerdozio che egli incarnerà non è ereditario-biologico bensì carismatico-spirituale. 
La secolarità è, allora, «la necessaria e legittima conseguenza della fede cristiana», scriveva il teologo tedesco Friedrich Gogarten (...) A Dietrich Bonhoeffer si deve la famosa definizione del nostro tempo come "mondo maggiorenne" che abbandona la famiglia originaria: al Dio teofanico, trionfale e onnipotente il cristianesimo ha sostituito il Dio "kenotico" (ossia umiliato nell'incarnazione, come dice San Paolo ricorrendo al verbo greco kenoun, «svuotarsi»), cioè il Cristo crocifisso. (...) 
Il Concilio Vaticano II con un suo documento fondamentale, Gaudium et spes, proponeva alla Chiesa questa secolarità positiva, stanziandosi quindi nel mondo come seme fecondo di critica, di trasformazione, di santificazione morale e spirituale, senza volerlo sacralizzare fondamentalisticamente, come accade in una certa concezione musulmana o come avveniva in passato con le teocrazie e le commistioni "impertinenti" tra fede e politica. (...) 
Delineiamo, invece, l'altro termine del nostro binomio, il secolarismo (...) è, invece, il parallelo antitetico del sacralismo. Esso ha avuto una genesi ramificata, posta alle origini stesse della modernità con una serie di irruzioni: pensiamo all'imporsi della scienza, all'indipendenza della filosofia dalla teologia, all'Illuminismo, all'urbanizzazione (...) Questo fenomeno generatore del secolarismo è detto «secolarizzazione» (...). Il secolarismo/laicismo che tendenzialmente respinge ogni presenza storica e sociale della religione relegandola esclusivamente nel santuario esistenziale della coscienza e in quello spaziale del tempio e del culto. (...) Il secolarismo contemporaneo non combatte ma ignora Dio, pronto eventualmente a relegarlo nel limbo inoffensivo della sua trascendenza. È quello che è stato suggestivamente definito come "apateismo", frutto della crasi tra "apatia" e "ateismo" (...). 
in “Il Sole 24 Ore” del 22 novembre 2015