Una risata vi beatificherà
(...) Il riso fa parte dell'emotività divina (come lo sdegno, la gelosia, l'angoscia, la tenerezza e così via), al punto tale che Dio è pronto ad opporre al riso scettico di una donna, Sara, moglie del patriarca Abramo, un suo riso vivo echeggiante in un bambino, il figlio inatteso Isacco, che in ebraico significa appunto «Il Signore ha riso» (si legga Genesi 18 e 21). (...) Nell'Antico Testamento non di rado dilaga sulla faccia della terra la risata divina, espressa con un antropomorfismo piuttosto ardito: «Ride Colui che sta nei cieli, il Signore si fa beffe» dei nemici del suo Messia, dice il Salmista (2,4). Alla bocca famelica del malvagio che «digrigna i denti» lo stesso Salmista oppone la bocca divina che «se ne ride perché vede arrivare il giorno» del giudizio degli empi (37,13). Anche quando contro i fedeli ebrei sta avanzando l'armata dei gójim, gli stranieri oppressori, è una risata colossale di Dio a bloccarli: «Tu, Signore, ridi di loro, ti fai beffe di tutte le genti» (59,9). «È un riso che disarma nel senso più vero, che priva di forza ogni apparente potentissimo predominio», commentava il teologo Gerhard Ebeling. Giobbe, però, nel suo crescendo accusatorio contro Dio, indifferente alla sua tragedia, rasenta la bestemmia quando urla: «Se una catastrofe semina all'improvviso morte, Egli sghignazza sulla tragedia degli innocenti» (9,23). (...) Vasta è anche la registrazione del ridere umano, incredulo, stupido, crudele ma anche santo, giusto, sereno e festoso.
C'è, però, un'obiezione che parte da un dato sconcertante così sintetizzato da un autore cristiano ignoto rubricato in passato sotto un s. Agostino apocrifo: «Dominum nunquam risisse, sed flevisse legimus», cioè, leggiamo nei Vangeli che il Signore Gesù pianse, ma mai che abbia riso.
C'è, però, un'obiezione che parte da un dato sconcertante così sintetizzato da un autore cristiano ignoto rubricato in passato sotto un s. Agostino apocrifo: «Dominum nunquam risisse, sed flevisse legimus», cioè, leggiamo nei Vangeli che il Signore Gesù pianse, ma mai che abbia riso.
Nel Nuovo Testamento il verbo ghelào, "ridere", è usato solo per le prefiche che irridono Cristo che considera "addormentata" la figlia morta di Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao (Matteo 9,24). Gesù nelle «Beatitudini» presenti in Luca (6,21.25) dichiara «beati voi che ora piangete», ma anche minaccia: «Guai a voi che ora ridete perché piangerete». E s. Giacomo nella sua Lettera (4,9) assume toni da predicatore: «Gemete, o peccatori, sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza».
Tuttavia non si può ignorare che tutto l'annuncio di Gesù è "evangelo", cioè notizia buona e gioiosa di salvezza e liberazione, che la sua nascita è avvolta nella festosità celeste, che egli prega «esultando nello Spirito Santo» (Luca 10,21), che la tragedia della croce approda alla luce della felicità pasquale. Questa gioia della risurrezione, tra l'altro, ha dato origine al curioso fenomeno medievale del risus paschalis, studiato da Caterina Jacobelli in un saggio del 1990 (Queriniana): nelle celebrazioni pasquali si introducevano elementi di allegria così festosa ed eccessiva da rasentare la scurrilità!
Tuttavia non si può ignorare che tutto l'annuncio di Gesù è "evangelo", cioè notizia buona e gioiosa di salvezza e liberazione, che la sua nascita è avvolta nella festosità celeste, che egli prega «esultando nello Spirito Santo» (Luca 10,21), che la tragedia della croce approda alla luce della felicità pasquale. Questa gioia della risurrezione, tra l'altro, ha dato origine al curioso fenomeno medievale del risus paschalis, studiato da Caterina Jacobelli in un saggio del 1990 (Queriniana): nelle celebrazioni pasquali si introducevano elementi di allegria così festosa ed eccessiva da rasentare la scurrilità!
È, perciò, possibile tentare - attraverso l'intera Bibbia - una teologia del riso e persino del comico, come hanno provato a fare ovviamente con tagli differenti sia Kierkegaard sia Chesterton, mentre al tema un teologo tedesco, Werner Thiede, ha dedicato un intero saggio, L'ilarità promessa (Paoline 1989). La simbologia ludica è stata assunta spesso nella tradizione cristiana come analogia teologica: lo attesta, ad esempio, l'Homo ludens di Hugo Rahner (Paideia 1969) e molte pagine dell'americano Harvey Cox. Il monaco Notker di S. Gallo (IX sec.) dipingeva la Chiesa come immersa in una sorta di gioco eterno e paradisiaco nella vigna di Dio: Ecce sub vite amoena, Christe, ludet in pace omnis Ecclesia tute in horto . E il pur serioso Lutero descriveva così l'escatologia: «L'uomo giocherà con cielo, terra e sole e con tutte le creature. E le creature proveranno un piacere, un amore, una gioia lirica e rideranno con te, Signore».
mons. Gianfranco Ravasi, in “Il sole 24 Ore”, 5.04.2015