
Vivere nella resistenza
di Bruno Bignami
"L'uomo libero e consapevole è sempre un resistente, qualunque siano i tempi e i regimi. Chi tira i remi in barca perché c'è bonaccia in aria, non sa o dimentica che in ogni momento la nostra coscienza morale e cristiana è posta davanti a delle scelte. La scelta crea la resistenza". Così scriveva don Mazzolari a un amico nel 1955.
La resistenza mazzolariana affonda le sue radici negli anni Venti, quando matura una viscerale avversione al regime fascista. L'antifascismo è legato al suo essere coscienza critica. Nel contesto dell'Italia di quella stagione don Primo è rimasto una voce fuori dal coro. Nel 1929 si chiedeva: "È proprio possibile che in un'Italia di 40 milioni di uomini, vi sia poi tal unanimità di pensiero e tale concordia nell'opera da non riscontrarsi neppur un dissidente che osi esprimere a mezza voce il proprio parere?". Il fascismo aveva già mostrato il suo vero volto, violento e repressivo.
È, però, con la seconda guerra mondiale che Mazzolari manifesterà l'esigenza di resistere al nazifascismo. La resistenza è da lui affrontata in due modalità complementari: assistenziale e di lotta.
A livello assistenziale la sua opera è diretta a soccorrere le famiglie dei militari, a mantenere contatti epistolari coi giovani soldati di Bozzolo, ad assistere i fuggiaschi e i prigionieri, a ospitare e salvare ebrei ricercati. Raccontava: "Per vari giorni la popolazione rinunciò al suo pane per darlo ai prigionieri che sui lunghi treni sostavano alla stazione, diretti verso il campo di concentramento di Mantova. Furono macellati dei bovini, distribuita uva e frutta a quintali, minestra e pane e altre vettovaglie". È stato un servizio di supplenza istituzionale.
Vi è anche un impegno nella lotta partigiana da parte del parroco di Bozzolo. Si espone personalmente. All'annuncio dell'armistizio, la sera dell'8 settembre, in Chiesa invita pubblicamente i tedeschi a "ripassare le Alpi", pena la ribellione degli italiani. Prende corpo a Bozzolo la Brigata Mantovana Fiamme Verdi: il movimento ribelle ha i suoi leader nei giovani Sergio Arini e Pompeo Accorsi, trucidati poi nell'agosto del 1944 a Verona, ma in ultima analisi il riferimento è proprio don Mazzolari. L'organizzazione clandestina assume anche una struttura militare, appoggiata o comunque tacitamente permessa dal parroco.
Il movimento della resistenza in Italia non ha avuto solo carattere patriottico-militare contro l'invasore tedesco, ma ha mantenuto anche la fisionomia di fenomeno politico-sociale: ha cercato cioè di rinnovare la società italiana e di dare contenuto democratico alle sue istituzioni. Il ruolo di don Primo si colloca
più sul secondo versante, pur non facendo mancare il suo sostegno alla lotta di ribellione. La resistenza attiva all'invadenza dell'esercito tedesco e ai crimini della RSI si motivano nell'obiezione di coscienza all'autorità che ha perso di vista il bene comune e nel desiderio di stare dalla parte della gente che sta soffrendo ingiustizie e povertà.
La resistenza è stata solidarietà nella lotta per la liberazione e insieme occasione per costruire quella rivoluzione cristiana che il filosofo Mounier in Francia aveva prospettato contro il disordine costituito. La lotta resistenziale ha coinvolto un movimento di massa intorno a valori condivisi: giustizia, libertà, democrazia, redenzione dell'uomo da sopraffazioni razziste. Mazzolari se ne fa interprete: la disobbedienza per ordine morale è il modo autentico per costruire il bene comune.
In don Primo non c'è stato semplicemente un antifascismo motivato da ragioni politiche. C'è stata soprattutto l'obbedienza a un'esigenza di coscienza: non sottostare al male, ribellarsi per ricostruire.
Egli è consapevole che il fascismo ha fatto della forza-violenza lo stile per affermarsi e che anche l'agire della Resistenza rischia di collocarsi sullo stesso piano. Perciò la sua preoccupazione principale diventa quella di ricondurre la ribellione nei solchi dell' "ordine divino guastato dagli ordinamenti umani". L'obbedienza non ha nulla da spartire con un atteggiamento passivo e servile che si piega alla logica del più forte. Ad essa il cristiano contrappone la ricerca del bene comune e l'attenzione ai poveri, vissute nel sacrificio della vita. Non a caso gli scritti del periodo bellico hanno a cuore il tema della ricostruzione dei rapporti sociali.
La scelta resistenziale non è sostenuta solo da motivazioni politiche o ideologiche, come era accaduto per i comunisti, ma è stata il frutto di una rivolta morale alla luce dei valori evangelici. Don Mazzolari ha vissuto questa esperienza con una profonda carica ideale. Era la rivolta morale di una coscienza ferita "dalle ingiustizie, dalle sopraffazioni, dalle persecuzioni, dagli eccidi, dall'emergere di una barbarie senza umanità e senza carità".
La resistenza è stata insieme un dovere e un rischio. Dovere per difendere la libertà. Rischio soprattutto di confluire dal piano spirituale alla violenza materiale "privata e arbitraria". Don Mazzolari ha mostrato i meriti della lotta resistenziale. Si è trattato, infatti, di un evento adottivo: l'adozione della patria da parte del popolo italiano. È stato il senso di appartenenza alla comunità il primo grande valore della resistenza. Sa resistere chi sente profondamente la responsabilità di poter contribuire al bene di un popolo. Si resiste al male, all'ingiustizia, all'oppressione in nome di una vita sociale che è calpestata o in pericolo. In nome del bene comune.
La resistenza è stata, dunque, un esercizio di cittadinanza attiva. Un riscatto da forme di servilismo per educare le persone a sentirsi parte di una famiglia più grande, una comunità. Qui sta il senso del termine partigiano: lo si è in quanto maggiormente "partecipi" del bene pubblico, non perché semplicemente "di parte".
La resistenza è, dunque, atteggiamento morale. Per questo il parroco di Bozzolo è convinto che non si possa mettere sullo stesso piano "la resistenza al fascismo e la resistenza del fascismo". La resistenza potrebbe essere l'antidoto di ogni tempo a quella che Mazzolari chiama "la politica del peggio". Occorre resistere laddove manca l'uomo ed è da ricostruire il senso civico. Scriveva nel 1945: "Il fascismo non ha mai trovato redditizio l'uomo: avvertiva d'istinto che non ci poteva contare, e coltivò il gregario spersonalizzato o il violento da buttare sulla piazza nelle giornate di manovra. Guardandomi intorno, oso dire che lo stesso tipo è ricercatissimo tuttora, e che la manovrabilità è la dote preferita. Si ha paura in politica della gente che pensa con la propria testa, e molti si adoprano affinché il voto non sia una libera e consapevole voce della ragione, ma la vuota espressione di un'effimera suggestione. Prima di essere ammessi a un partito ci vorrebbe la promozione a uomo". La scelta è, dunque, tra l'essere comparse asservite o essere uomini liberi. La promozione a uomo non è mai un dato acquisito una volta per sempre. La denuncia di Mazzolari è ancor più attuale in una stagione in cui le persone sono degradate a figuranti.
Resistere è anche custodire la democrazia. In una società dove tutto è comprabile, resistere è costruire una democrazia fondata non sulla difesa di interessi particolari ma sulla gratuità. Sulla partecipazione e sull'incontro. Anche in questo caso la resistenza custodisce l'umanità e la convivenza sociale. Il prezzo di questa testimonianza è alto, perché significa mostrare che la coscienza morale non ha prezzo. Vengono alla mente le parole di don Lorenzo Milani nella Lettera ai cappellani militari toscani quando sottolineava che non poteva dire ai suoi ragazzi che l'unico modo di amare la legge fosse quello di obbedire. Formare "il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani" è custodire la coscienza come sacrario di un'umanità in relazione con gli altri uomini.
Il compito, dunque, non è solo quello di ricordare la Resistenza, ma di vivere nella resistenza.
in “Mosaico di pace” - aprile 2015