«Il termine greco leitourgia significava un'azione mediante la quale un gruppo di persone diviene, comunitariamente, qualcosa che esse non erano in quanto semplice aggregato di individui: un tutto più grande della somma delle sue parti. Significava inoltre una funzione o "ministero" di un uomo o di un gruppo a favore e nell'interesse della comunità intera. Cosi, la leitourgia dell'antico Israele era l'opera comunitaria di una minoranza scelta per preparare il mondo alla venuta del Messia. E, proprio in questo atto di preparazione, essi diventavano ciò che erano chiamati ad essere: l'Israele di Dio, lo strumento eletto del suo disegno.
Cosi, la Chiesa è essa stessa una leitourgia, un ministero, una chiamata ad agire nel mondo alla maniera di Cristo, a rendere testimonianza a Lui e al suo regno. La liturgia eucaristica, quindi, non deve essere avvicinata e compresa in termini solo "liturgici" o "cultuali". Proprie come si può - e si deve - considerare il cristianesimo come la fine della religione, cosi la liturgia cristiana in generale, e l'Eucaristia in particolare, sono veramente la fine del culto, dell'atto religioso "sacro", isolato dalla vita "profana" della comunità e opposto ad essa. La prima condizione per comprendere la liturgia è dimenticarsi una specifica "pietà liturgica"».
Alexander Schmemann, Per la vita del mondo. Il mondo come sacramento, 35