Il linguaggio dell'amore 
di Gianfranco Ravasi 
(...) Ogni realtà ha nel lessico adottato la sua identità più specifica: così, è evidente che per l'italiano l'organo "fisico" simbolico di questa virtù è il cuore (miseri-cordia) che conosce i fremiti della compassione e condivisione nei confronti del misero.
Nel linguaggio biblico, invece, assistiamo a un fenomeno curioso perché, sia per l'ebraico sia per il greco, le due lingue capitali delle S. Scritture (...), la sede della misericordia è l'utero materno o la generatività paterna. In ebraico è il sostantivo rehem, al plurale rahamîm, che designa primariamente il grembo materno e che viene trasformato in una metafora emozionale applicata innanzitutto a Dio che si ritrova, così, connotato anche femminilmente. Illuminante per l'immagine e il concetto è un passo del libro del profeta Isaia: «Si dimentica forse una mamma del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro ti dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!» (49,15). Esplicito è il Salmo 103 che rimanda, invece, alla generatività paterna: «Come un padre prova misericordia (rhm) per i suoi figli, così il Signore prova misericordia per quelli che lo temono» (v.13), cioè per i suoi fedeli.
Non elenchiamo i passi ove questa metafora generazionale è assegnata a Dio. Basti solo citare un paio di frasi: «Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti raccoglierò, con immensa misericordia» (Isaia 54,7), ove è usato appunto il vocabolo rahamîm; «Pietà di me nel tuo amore, nella tua grande misericordia (rahamîm) cancella la mia iniquità», e questa è l'invocazione iniziale del celebre Miserere, il Salmo 51. È interessante notare che tutte le sure del Corano (tranne la IX, frutto forse di un frazionamento) si aprono proprio con due aggettivi arabi modulati sulla stessa radice rhm del termine biblico: «Nel nome di Dio misericorde e misericordioso» (bismi Llah al-rahman al-rahim).
Essere misericordiosi equivale ad essere presi "fin nelle viscere", con un amore totale, spontaneo, assoluto, fino a compiere quel gesto estremo di donazione, delineato da Gesù nei discorsi dell'ultima sera della sua vita terrena: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Giovanni 15,13).
Passiamo, così, al greco neotestamentario ove - come accade anche per le Scritture ebraiche - sono adottati vari termini sinonimici, a partire dal vocabolo éleos e dal verbo eleéô (coi loro derivati appaiono 78 volte), presente nell'invocazione liturgica Kyrie eleison, «Signore, abbi misericordia!».
Ma il più suggestivo è il verbo splanchnízomai, evocato 12 volte: esso rimanda proprio agli splànchna, le "viscere" materne della compassione. Gesù ha il cuore attanagliato da questa tenerezza misericordiosa quando incrocia i sofferenti sulle strade della sua terra. Così gli accade quando s'imbatte nel funerale del ragazzo del villaggio galilaico di Nain, figlio unico di una vedova (Luca7,13), o quando vede davanti a sé la folla affamata che lo ha seguito e ascoltato (Marco 6,34); anzi, in un altro caso, esplicitamente confessa: «Splanchnìzomai per questa folla che mi segue da tre giorni senza mangiare» (Marco 8,3). La stessa esperienza si ripete davanti ai due ciechi di Gerico (Matteo 20,34), oppure con un lebbroso (Marco 1,41) e così via.
Una rappresentazione intensa del valore simbolico del vocabolo è da cercare in due tra le sue parabole più celebri, riferite solo da Luca, (...). Nella cosiddetta "parabola del figlio prodigo" - in realtà il protagonista è il padre prodigo di misericordia, come ha intuito Rembrandt nella stupenda tela dell'Ermitage dedicata a questa pagina evangelica - il termine esprime il commuoversi del padre quando vede profilarsi all'orizzonte il figlio peccatore che era fuggito di casa e che ora ritorna pentito (Luca 15,20). Lo stesso verbo è applicato al buon Samaritano dell'omonima parabola, che si emoziona di fronte al ferito abbandonato dai banditi sul ciglio della strada (Luca 10,33). Il tema della misericordia rimanda, perciò, a un sentimento e a una decisione che è radicale sia in Dio, sia nella creatura umana. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 6 dicembre 2015