Portare il peso delle cose di Nunzio Galantino
Il termine “responsabilità” ha una storia relativamente breve, tant’è che nel latino classico non si trova il suo corrispondente astratto (responsabilitas), presente invece nel Codex iuris canonici. Lo strato di senso originario del termine “responsabilità” si trova nel latino respònsus, participio passato del verbo respòndere (nella sua forma intensiva, responsare): rispondere con grande impegno, rispondere più volte, rispondere seriamente, dar conto consapevolmente a qualcuno o a se stessi delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. Un ulteriore arricchimento di significato viene al termine “responsabilità” e al verbo respondere dalla parentela col greco: «concludere un patto e prendersi reciprocamente a garanti». Non so precisamente da dove l’abbia ricavato, ma un mio vecchio professore di Teologia morale collegava “responsabilità” a due parole latine (res - pondus), finendo per attribuire al termine ”responsabilità” il significato del «saper portare/sopportare il peso delle cose». Grande spazio trova il tema della responsabilità nella tradizione ebraica, che riconosce una stretta relazione tra ascolto (Shema’) e responsabilità. Lo Shema’ è inizio e proclamazione della fede nell’unico Dio, ma è anche garanzia di libertà e inizio della responsabilità. Alla fede nell’unico Dio è, infatti, strettamente legato l’impegno di spendere tutto se stesso e tutti i propri beni nella stessa direzione in cui Dio ha impegnato ed impegna se stesso, chiedendo così all’uomo di imitare, secondo l’espressione rabbinica, gli attributi di Dio: «Come Egli è benigno sii anche tu benigno, come Egli è misericordioso sii anche tu misericordioso, come Egli è giusto sii anche tu giusto». Con questo non si vuole e non si può circoscrivere l’esercizio della responsabilità all’orizzonte religioso. Lo Shema’, origine della responsabilità, è anche ascolto attento della coscienza e risposta a tutto ciò che incrocio – persone e/o eventi - nella mia storia. Questo è possibile solo a chi vive nella costante consapevolezza che ciascuno è artefice della propria vita e che «arrendersi e prendersela con Dio, con la vita o con gli altri non richiede alcuno sforzo. Rimettersi in piedi assumendosi la responsabilità della propria vita e della propria felicità spesso ne richiede di grossi; ma questa è la differenza fra vivere e sopravvivere» (C. Rainville, Nati per essere felici, non per soffrire). Questo che fa della responsabilità un atto d’amore verso se stessi e verso gli altri. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 28 agosto 2016