«L'atto del credere è, pertanto, un atto di morte dell'io solitario e di apertura di quel sepolcro rappresentato dall'io individuale, che colloca il credente nella compagnia di Dio e dei fratelli di fede. (...) "La fede è già in partenza un appello alla comunione, all'unità dello spirito attraverso l'unità della parola"; e dice, d'altro canto, che l'uomo incontra Dio solo nel momento in cui incontra i fratelli in umanità e che, per converso, "Dio vuole giungere all'uomo solo tramite l'uomo; egli non cerca l'uomo in altro modo che nella sua fraternità con gli altri uomini" (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, 85).(...) Nella chiesa, il noi è perciò più profondo dell'io: l'io c'è solo nell'orizzonte del noi ecclesiale. "Appare evidente come la fede non sia il risultato di un'elucubrazione solitaria", ma sia "la risultante di un dialogo che mediante la reciprocità di 'io' e 'tu' inserisce l'uomo nel 'noi' della comunità dei credenti" (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, 82)».
Roberto Repole, L'umiltà della chiesa, 70-71