Essere se stessi. Autenticità 
di Nunzio Galantino 
«Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti» ( L. Pirandello). Il volto riflette l’autenticità... quando c’è! Da autòs («che sta a sé», «da sé», «senza concorso di altri»), l’autenticità è l’atto di riconoscere e attribuire carattere di verità a un gesto, a una persona, a un atto pubblico. Nell’Esistenzialismo, si riconosce autenticità all’esistenza di chi riesce a ritrovare se stesso, spendendosi dinanzi a delle possibilità, senza lasciarsi risucchiare nell’anonimato, nei luoghi comuni e nella retorica fine a se stessa. Ciò fa dell’autenticità una vera e propria conquista, che impegna e dà senso all’esistenza. Si sente sempre più spesso, ai nostri giorni, parlare di «etica dell’autenticità», basata sull’idea che il solo metro valido per le scelte del singolo sia la fedeltà/corrispondenza tra le proprie scelte o azioni e le proprie aspirazioni più profonde. Una tale “etica della responsabilità” è frutto della lotta ingaggiata contro i condizionamenti esteriori ed è frutto dell’aver posto il proprio centro nell’obbedienza al comando della ragione. Ma quale ragione? Non certo la 
ragione universale che Kant ha posto a base dell’«imperativo categorico» che, proprio per questo, impegna il soggetto ad agire come vorrebbe agisse chiunque altro, al posto suo. A differenza del fondamento della “Regola d’oro” kantiana, la cosiddetta “etica dell’autenticità” è insofferente nei confronti di ogni parametro prestabilito e di ogni regola positiva di comportamento in nome della spontaneità con cui ciascuno tende ad esprimere la propria identità, i propri stati d’animo, i propri desideri. In questa prospettiva, essere autentici significa essere se stessi fino in fondo; significa essere fedeli a quel mondo intimo e rigorosamente individuale che si sottrae a ogni valutazione da parte di altri. Non si fa fatica a rilevare i limiti di una simile concezione di autenticità, esposta al soggettivismo e al relativismo più evidenti. Essa mette tra parentesi il carattere sociale e quindi relazionale dell’uomo che rende più complesso e, per ciò stesso, più faticoso il vivere nell’autenticità. Non so fino a che punto si può condividere il pensiero di N. G. Dávila: «La nostra verità raggiunge la sua piena autenticità soltanto nella solitudine del nostro pensiero, perché è lì che il dubbio corrode e attenua la durezza dei suoi contorni». Se è troppo poco definire il livello di autenticità misurandosi solo con se stessi e con le proprie aspirazioni, è necessario, d’altra parte, prendere sul serio A. Schopenhauer, che metteva in guardia dal «perdere tre quarti di se stessi per essere come le altre persone». Sicché, se è vero che la patente di autenticità non possiamo darcela sa soli, è vero invece che l’autenticità è il risultato della propria capacità di fare delle scelte e di spendersi per realizzarle con coraggio.
in “Il Sole 24 Ore” del 25 settembre 2016