“Autoironia, una cura contro l’egocentrismo” intervista all'arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi
Che Dio abbia il senso dell’umorismo, oltre al Papa, lo pensa anche l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, che ricorda un suo predecessore illustre, il cardinal Biffi, e ne cita una battuta fulminante: «La distinzione non è tanto tra credenti e non credenti, ma tra credenti e creduloni». E allora, nel commentare le parole di Francesco sul rapporto fra sense of humour e grazia divina, monsignor Zuppi osserva che «quando il Signore ci prende in giro, spesso pensiamo che faccia sul serio, mentre quando fa sul serio pensiamo che scherzi». Un gioco di equivoci che nell’Antico Testamento prende la forma della caricatura, nell’episodio di Giona che si arrabbia per la pianta di ricino, prima fatta crescere per fare ombra e poi mandata in malora altrettanto velocemente dal Creatore: «Una storia paradossale, che vuole far sgonfiare i nostri atteggiamenti esagerati». Il ricordo va ancora all’ironia puntuta di Biffi, a cui si deve anche una celebre definizione dell’Emilia rossa di allora, bollata come «sazia e disperata»: «A lui l’umorismo piaceva molto, anch’io credo che dovremmo saper ridere e sorridere, cosa che facciamo poco. Bisognerebbe cercare di metterlo in pratica anche con noi stessi, l’autoironia aiuta a non prendersi sul serio nei difetti e a relativizzare situazioni che altrimenti diventano troppo importanti».
Ma non finisce qui, perché secondo l’arcivescovo di Bologna «nell’umorismo si rivela una simpatia e una vicinanza umana che aiuta a liberare da contrapposizioni rigide: in questo caso è una forma di sana relativizzazione del nostro egocentrismo, e non parlo della relativizzazione denunciata da Benedetto XVI…». E pensare che un tempo si diceva scherza coi fanti ma lascia stare i santi, invece adesso si fa riferimento a sant’uomini che nella predicazione hanno fatto ricorso all’arte di evocare il sorriso: «San Filippo Neri era un grande umorista, come dimostra l’episodio della comare chiacchierona cui chiede di portargli le piume di un pollo, paragonandole alle parole sparse al vento – dice monsignor Zuppi –. Aggiungerei San Francesco. E Don Camillo di Guareschi. Nell’umorismo c’è una leggerezza verso noi stessi che ci aiuta a vedere le cose in modo più diretto. Erano i Farisei che ridevano poco… In realtà il Signore è molto più vicino di quanto noi pensiamo, e ci crea situazioni curiose».
in “La Stampa” del 25 ottobre 2016