Gioia, bella scintilla divina
di Beppe Bovo e Davide Meggiato
“Gioia, bella scintilla divina”, esclama romanticamente entusiasta Friedrich Schiller. Quell’Inno alla gioia ispirò Beethoven quando, tre anni prima della morte e già completamente sordo, sentirà che alla sovrabbondanza del suo sentimento non basterà un’intera orchestra e lo metterà in musica, facendo entrare scandalosamente, in un brano sinfonico, la voce umana. Quella melodia diventerà l’Inno della nuova Europa impegnata a diventare un’unione socialmente e politicamente significativa.
Sulla “gioia del Vangelo”, in questi nostri giorni travagliati, un Papa (che ha voluto chiamarsi Francesco) ha scritto “ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici”, e ha accostato questo stato profondo dell’animo al rischio di “una tristezza individualistica che scaturisce dal cuore comodo e avaro”. Un “rischio certo e permanente”, osserva subito dopo, nel quale cadono anche i credenti che “si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita”. Non si può certo dire che a questo Papa manchi la capacità di essere chiaro assieme a un’acuta capacità di vedere. Basta entrare in una qualsiasi chiesa e guardare. Da uno a dieci, che voto dareste al senso di gioia che sprigiona quel luogo e chi lo frequenta?
La nostra rivista ha ritenuto utile riflettere oggi sulla gioia. Consapevoli che anche il termine “gioia” e il concetto che sta sotto si prestino a molteplici significati, anziché impegnarci in estenuanti specificazioni semantiche abbiamo posto ai nostri collaboratori le domande che seguono, lasciando poi a loro campo libero nel trattare questo stato dello spirito, che è tra i più ricercati dall’uomo e tra i più sfuggenti.
Ecco le domande.
- Dal momento che la gioia interpella a fondo la vita di ognuno di noi, perché i teologi, i filosofi, gli intellettuali in genere faticano a farne oggetto di un’indagine specifica?
- Le religioni molto spesso sono percepite come summa di doveri e di pene più che come espressioni di gioia, cosa che dovrebbe essere naturale in chi ha una chiara prospettiva di vita e “conosce” il fine ultimo dell’esistere. In particolare, cosa ha determinato storicamente il fatto che la dottrina cristiana, basata sull’amore di Dio Padre e la Resurrezione del Cristo, si sia tradotta in una mentalità sacrificale tendente alla mortificazione e alla sofferenza?
- Occuparsi dell’uomo nella sua interezza ci sembra significhi occuparsi anche e forse soprattutto della sua gioia, della sua capacità di essere “noi”, di vivere il
presente libero dall’ossessione di un futuro senza desideri impossibili e da un passato carico di rimpianti, da paure senza senso. È questa una prospettiva oggi percorribile?
- È possibile ricostruire, attraverso riferimenti alle fonti bibliche, una prospettiva di carattere antropologico unitaria e feconda nel ricercare e nel vivere la gioia non come alienazione dalle decisioni fondamentali dell’esistenza, ma come esito di una ricerca profonda del senso della vita? E ancora, non tanto e non solo nell’accogliere l’altro quanto nel farsi accogliere dall’A/altro? - “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”, è l’esclamazione di gioia di Pietro che, davanti a Gesù trasfigurato, esce da sé e dal suo quotidiano, e vede le cose con altri occhi. È questa la gioia compiuta, di cui si legge nel Vangelo di Giovanni?
-La gioia piena di amore, evidente nel Cantico delle creatura di Francesco d’Assisi, si fatica non poco a vederla nell’episodio sconcertante raccontato nei Fioretti, conosciuto come “La perfetta letizia”. Come leggere e interpretare quel passo che interroga e turba?
-Quale esperienza di gioia può accompagnare e riempire la vita di un servo del Signore, di un “pastore con l’odore del gregge”?
- Europa e Stati Uniti spesso avvertiti come distanti, occupati ognuno a difendere i propri interessi, li scopriamo sulla stessa lunghezza d’onda in una tensione etica di fondo, quando da una parte i padri costituenti statunitensi scrivono, nella dichiarazione di Indipendenza, che “tutti gli uomini sono […] dotati di certi inalienabili diritti, e tra questi […] il perseguimento della Felicità”, mentre gli stati fondatori dell’Europa Unita scelgono come inno della nuova “rivoluzionaria” unità l’Inno alla gioia di Beethoven.
Le risposte che si trovano nei vari interventi riportati all’interno della rivista sono ovviamente molto articolate e diversificate oltre che, come sempre succede nella nostra rivista, affrontate con molta libertà. È comunque evidente il desiderio di approfondire e anche rivalutare un tema a volte troppo laterale nella nostra cultura, quasi misconosciuto, ritenuto persino sconveniente e ingenuo in una società che, a prima vista e in parte a buon diritto, avrebbe ben poco di cui gioire. E infatti, qualcuno giudicherebbe fuori luogo chiedersi se sia possibile essere gioiosi in tempi precari e violenti come i nostri?
Ma la gioia è un terreno franco che si alza volentieri sopra il quotidiano, se Imnre Kertèsz (sopravvissuto di Auschwitz, premio nobel per la letteratura) ci assicura che “persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti, c’era qualcosa che assomigliava alla felicità”.
in “Esodo” n. 4 del ottobre-dicembre 2016