«Intendo per casi conflittuali quelli in cui ci sembra che la misericordia esiga un certo comportamento mentre l'ordine e la giustizia ne esigono un altro. Sono certamente situazioni estremamente difficili e non sempre riusciamo a trovare la soluzione soddisfacente: sono situazioni che causano nella Chiesa, nella società, nelle famiglie delle grandi sofferenze. Cercando di vivere la misericordia si arriva addirittura a temere di fare torto o danno ad altri o al bene comune. Nasce allora un conflitto tra i valori, almeno apparente, che ci costringe, nella nostra povertà storica, a non saper scegliere oppure a scegliere qualcosa che risulta insoddisfacente, in un caso o nell'altro. Chiunque vive in mezzo a delle responsabilità si imbatte in molti di questi casi che fanno soffrire nella misura in cui ci accorgiamo di quanto siamo lontani dall'essere lungimiranti e veri nella nostra misericordia. Questa sofferenza dobbiamo offrirla a Dio perché è la sola cosa che possiamo fare. Ci sono poi dei casi in cui il compiere un atto di misericordia comporta un uscire da quel minimo di possesso di noi - che pure è necessario - per donarci... e allora non lo compiamo. Quante volte persone generose arrivano ad un limite e riconoscono di non poter andare oltre, di non potere fare di più! È il limite intrinseco alla nostra fragilità umana che addolora moltissimo. Andare oltre un certo limite equivarrebbe a spossessarsi di sé e si cadrebbe nell'opposto di quello che si vorrebbe fare. Questa misura di prudenza necessaria ci fa cogliere come sia difficile dare storicamente una testimonianza pienamente luminosa della misericordia. Non ci resta allora che soffrire e implorare, per noi e per gli altri».
Carlo Maria Martini, La scuola della Parola. Riflessioni sul salmo "Miserere", 100