Pensare fuori dagli schemi 
di Mario Grech, vescovo di Gozo (Malta) 
Sono pochi quelli che pensano, o coloro che si sentono abbastanza liberi per pensare col proprio cervello. Ahimè, quando si rinuncia alla possibilità di elaborare il proprio pensiero, si rinuncia alla libertà stessa. Attualmente ci troviamo nell’epoca del cosiddetto pensiero unico o pensiero dominante. Pertanto, oggigiorno i nostri pensieri, le idee e le scelte si sono impoveriti perché si corre il rischio di parlare e agire senza riflettere. Perciò abbiamo bisogno del coraggio, di osare e pensare “fuori dagli schemi”, ossia di avere la capacità di uscire dai luoghi comuni. Tutto questo discorso vale anche all’interno della Chiesa, quando dobbiamo fare le nostre scelte pastorali.
Quando medito sul dialogo intercorso tra Gesù e Pilato, e in particolare quando Gesù dice che il suo regno non è di questo mondo, mi viene da pensare che Gesù stava provocando Pilato per uscire dagli schemi nel suo modo di porsi come uomo di governo e di non scimmiottare altri “re”. Gesù stava indicando a Pilato un modo diverso per costruire la società. Quando Gesù afferma che il suo regno non è di qua, intende anche dire che Egli ha una visione diversa, dei criteri e degli atteggiamenti diversi dai nostri per organizzare il regno. Certamente l’atteggiamento di Gesù in quel momento del suo processo ha disarmato Pilato! Dinanzi agli insulti, e all’ingiustizia, Gesù sceglie di rimanere sereno, mansueto e pacifico, non controbatte ma perdona e ama.
Immagino che quest’atteggiamento non violento scombussoli tutti gli schemi, e non solo quelli di Pilato, ma anche i nostri, abituati come siamo a seguire il principio “occhio per occhio, dente per dente”! Questo è il nuovo atteggiamento che Gesù ci propone per rispondere a qualsiasi sorta di violenza: fisica, psicologica, economica, politica, razziale e religiosa. Il regno di Gesù si distingue dagli altri regni terreni nei criteri per accogliere i suoi “cittadini”. Mentre la nostra società preferisce i cittadini “perfetti” e “forti”, Gesù spalanca la porta per tutti, ma predilige quelli che sono imperfetti, vulnerabili e poveri. Anche se non lo diciamo espressamente, rimaniamo tuttora una società elitaria e c’è chi vuole alzare i muri che separano una classe dall’altra. La comunità cristiana non è immune da questo peccato. Rimaniamo scandalizzati quando la Chiesa ci chiama ad aiutare coloro che sono meno perfetti per accompagnarli e integrarli nella comunità. Ci sono tra di noi quelli che pensano ancora alla comunità ecclesiale come a una comunità dei perfetti e non come a un “ospedale da campo”; per costoro non c’è spazio per i peccatori, particolarmente per il peccatore che si trova in un processo di conversione. Di fronte a un tale ragionamento, sento Gesù che ci dice: “La mia Chiesa non è di questo mondo... la mia Chiesa è diversa da quella di questo mondo”. Se la giustizia è il perno sul quale appoggia il regno di Pilato, per Gesù il cardine del regno deve essere la misericordia. Fermo restando che la giustizia è un metro necessario per la società, tuttavia l’esperienza ci mostra che la giustizia da sola non riesce a portare l’ordine e la pace
La giustizia di cui parla Cristo ha un altro nome: si chiama misericordia. (...) Alcuni, quando si riferiscono alla giustizia di Dio, ritengono che Dio pensi come noi esseri umani e che la Sua giustizia sia uguale alla nostra. Quando ragioniamo così, “giudichiamo” Dio perché vogliamo che Egli “pensi” come noi e “punisca” il peccatore. Anche qui dobbiamo pensare fuori dagli schemi! Quando fissiamo il nostro sguardo sul Crocifisso, ci accorgiamo che Gesù appeso sulla Croce, mosso dalla misericordia, ha fatto giustizia donando la sua vita per tutti gli uomini e redimerci. Dunque, per Dio la giustizia ha un altro nome: misericordia. Ogni volta che nel Padre Nostro preghiamo che venga in mezzo a noi il Regno di Dio, noi preghiamo affinché la nostra società diventi più umana. (...) 
in “missioneoggi.saverianibrescia.it” del gennaio 2016