Gesù e la Legge di misericordia
«Tra i tanti episodi evangelici che possono illustrare l’agire misericordioso di Gesù, ci piace riferirci all’intrigante racconto di Gv 8,1-11, in cui si narra di una donna adultera trascinata dagli scribi davanti a Gesù. L’episodio corre però il rischio di essere frainteso da una lettura moralistica, che scivola nella facile ironia verso gli accusatori della donna. Certamente viene smascherata la loro ipocrisia, ma non è qui il caso di pensare che Gesù, per confonderli, abbia scritto per terra le loro colpe, come vorrebbe una diffusa esegesi di questo suo enigmatico gesto. In realtà le interpretazioni, che salvano la peccatrice e condannano i suoi accusatori, banalizzano la risposta di Gesù, riducendola ad una sorta di contro-livore, ad una sua reazione simmetrica al loro astio, camuffato di zelo per la Legge. Del resto, che il loro livore non abbia per oggetto la colpa della donna, ma miri a colpire Gesù e a metterlo in contraddizione con se stesso, lo esplicita il medesimo evangelo, affermando che essi volevano metterlo alla prova.
Al contrario, Gesù ha una parola di perdono anche per loro. Questa però richiede che essi riconoscano il loro bisogno di perdono, il loro debito impagabile. 
Seguendo la proposta di un esegeta italiano, L. Manicardi, l’atto di scrivere di Gesù non è un prendere tempo o, peggio ancora, un denunciare le loro colpe, quanto un atto di rivelazione. Egli, con il gesto – ripetuto due volte - di chinarsi a terra a scrivere con il suo dito e poi rialzarsi, rimanda queste persone, istruite nella conoscenza delle Scritture, ai celebri passi esodici della duplice scrittura divina della Legge, portata al popolo da Mosè. In quell’occasione Israele era chiamato a riconoscere il proprio peccato e insieme a confessare la misericordia del Signore, come la verità più profonda del Nome rivelato. Con questo gesto e con la sua parola sovrana, Gesù fa il dono di rimandarli all’appello della loro coscienza e notifica loro come la misericordia di Dio sia sempre disponibile
chi ad essa si affida. Il loro ‘mollare la preda’ e allontanarsi, forse non è soltanto il segno di uno stato d’animo confuso, ma l’indizio esteriore di qualcosa che sta avvenendo nel loro intimo e che non può prescindere da quel gesto di Gesù che richiama l’annuncio centrale della Legge di Mosè: la misericordia e la grazia del Signore! 
Tenendo conto che Gesù non cade nella trappola di un contro-livore, ma anzi si situa al cuore della rivelazione biblica su Dio, prende ulteriore spessore il suo dialogo con la donna. Egli non minimizza il suo peccato, non le dice che esso non è poi così rilevante, ma le restituisce la possibilità di una vita nuova. Consegnandole la parola del perdono, le restituisce la sua piena dignità, quella dignità che appunto la legge di Dio vuole preservare. In quel «non voler più peccare» egli chiede alla donna di farsi collaboratrice del perdono, mettendo in gioco la sua capacità di decisione, la sua libertà. Anzi, c’è di più: in quel: «Va’», è come implicita una missione, per la quale ella, proprio per aver sperimentato il perdono, se ne deve fare annunciatrice.
Al centro della scena resta, però, l’autorivelazione di Gesù. Il suo scendere dal cielo e il risalirvi nell’innalzamento della croce per rivelarci l’amore del Padre, è la verità profonda allusa da quel gesto del chinarsi fino a terra e del rialzarsi. E l’atto di scrivere rimanda all’unica scrittura che libera da morte, donando un perdono senza limiti: il suo corpo inchiodato a quella croce, sulla quale è appeso un cartiglio definitivo, immutabile. È il Crocifisso, il compimento della scrittura del Dio misericordioso! Gesù ha preso su di sé il destino dei peccatori. Ciò è visibile anche in questa pagina di Giovanni; dapprima è l’adultera colei che deve essere lapidata, alla fine della discussione con i farisei, la minaccia di lapidazione si sposterà proprio su Gesù (vedi Gv 8,59)».
Patrizio Rota Scalabrini, Misericordia io voglio e non sacrificio, n. 9