Perché il dolce di Pasqua ha la forma della colomba
La regina Teodolinda era bellissima; come solo una regina può esserlo. Il suo abito di lino era decorato da tante balze colorate, e le fibule d’oro splendente illuminavano la sua veste di riflessi luminosi. L’occasione era delle più importanti, e la regina dei Longobardi aveva fatto del suo meglio, per presentarsi agli ospiti in tutta la sua potenza.
E San Colombano non era da meno. La vesta bianca era semplice e logora, e il monaco irlandese non risplendeva certo dell’oro dei gioielli. Ma c’era qualcosa nel modo in cui avanzava, e in cui si guardava attorno entrando a corte, che conferiva a lui e al suo seguito una regalità che andava ben oltre alle ricchezze terrene. La corte di re Agilulfo trattenne il fiato, quando il leggendario Colombano varcò la soglia del palazzo; e la regina Teodolinda gli sorrise d’un sorriso cortese, alzandosi in piedi per salutarlo.
Aveva tanto desiderato, Teodolinda, di incontrare quel Santo monaco. Ne aveva sentito parlare in lungo e in largo: la fama della sua santità si stava spargendo per tutta Europa. E, non appena aveva saputo che Colombano era entrato nel suo regno, aveva fatto di tutto per poter godere dell’onore di averlo come ospite. Ora Colombano era lì, davanti ai suoi occhi, nella regia città di Pavia; e Teodolinda gli sorrise di timida gratitudine, dando ordine che ai suoi ospiti fosse servito il pranzo.
Colombano e i suoi monaci avevano viaggiato per tutta la mattina; adesso era tardi: era ora di pranzare. E Teodolinda, come chi sa di avere al suo tavolo un ospite importantissimo, aveva dato ordine che a quei monaci fosse servito un pranzo regale: intingoli profumati e carni arrostite facevano bella mostra di sé sulla tavola, e si mescolavano a paste ripiene e salsicce aromatizzate, accompagnate da vassoi interi di cacciagione fresca. Un normale cittadino dell’Italia longobarda, verosimilmente, non avrebbe mai visto così tanta carne in tutta la sua vita: alcuni dei monaci di Colombano, abituati alla povertà e al digiuno, sgranarono visibilmente gli occhi, alla vista di tutto quel ben di Dio. Colombano ringraziò i monarchi con un segno del capo, e poi si sedette ordinatamente a tavola.
Il banchetto ebbe inizio, e tutti gli invitati si gettarono voracemente sul loro pasto. Solo i monaci irlandesi se ne stavano perfettamente immobili, senza 
nemmeno avvicinare a sé i loro piatti. I più giovani deglutivano sconsolatamente; i più anziani sospiravano con rassegnazione. Sant’Attala, che stava alla destra di Colombano, fece scorrere il suo sguardo su tutto il tavolo e poi si chinò sul suo compagno, osservando, un po’ a disagio: “C’è solo carne…”. “Già”, annuì San Colombano. “E questi qui mangiano carne in piena Quaresima?” s’intromise un terzo monaco, in tono vagamente sconcertato. Colombano si strinse delle spalle. “Sono re”, osservò distrattamente, “devono mangiare come re”. “E noi?”, domandò spaventato il monaco più giovane. “Noi che siamo monaci, dobbiamo digiunare? Dopo tutto il cammino che abbiamo fatto?”.
Colombano ed Attala, silenziosamente, si scambiarono un’occhiata. Poi, San Colombano incrociò le braccia e rimase seduto sulla sedia, nell’educata attesa che succedesse qualche cosa. ‘Qualche cosa’ successe di lì a poco, quando la regina Teodolinda lanciò un’occhiata ai monaci, per controllare che si stessero godendo il pasto, e trasalì nel vedere che non avevano toccato cibo. “Ma come?”, si domandò fra sé, sentendo la rabbia che montava. Per dare il benvenuto a quei monaci, lei aveva portato in tavola qualcosa tipo la metà della selvaggina del suo intero regno… e quelli si rifiutavano di mangiarla? Una simile sfrontatezza era veramente inconcepibile, e già Teodolinda si pentiva di aver invitato a corte quella marmaglia di ingrati. Se fossero stati degli uomini qualunque, probabilmente si sarebbero già presi una frustata.
“Voi non mangiate, fratelli?”, domandò in tono esageratamente cortese, lanciando un’occhiata gelida a Colombano ed ai suoi monaci. “Non possiamo mangiare questo cibo che non è benedetto, maestà”, rispose Colombano in tono pacato. “Chiedo umilmente il vostro permesso per poter benedire le portate che ci avete offerto”.
Un paio di monaci si scambiarono un’occhiata perplessa; Teodolinda guardò suo marito, e Agilulfo annuì con rassegnazione. San Colombano chinò il capo in segno di ringraziamento, e si mise in piedi per benedire il cibo in tavola. Tirò a sé il primo piatto che gli capitò di fronte: era un grosso vassoio decorato, che conteneva una grande colomba arrosto. Il monaco sorrise. Quando Colombano ritornò al suo posto, l’uccello che stava nel vassoio si era miracolosamente trasformato. Il profumo dell’arrosto era sparito, e il sugo di carne era scomparso misteriosamente: nel lussuoso vassoio imbandito sulla tavola regale, ormai, se ne stava solo un’umilissima pagnotta. Una pagnotta che aveva conservato la sua forma di colomba, ma che era pane, senza alcun dubbio.
“Questo sì che è un cibo che s’addice alla Quaresima”, disse Colombano a Teodolinda, sorridendole senza alcun rancore. E mentre Teodolinda abbassava lo sguardo, un poco imbarazzata, Colombano si sedeva a tavola; e coi suoi monaci, allegramente, cominciava a godersi l’agognato pasto.
La colomba di Pasqua, secondo la leggenda, sarebbe nata in queste circostanze. Il pane a forma di colomba fu addolcito, per meglio conservare il senso della festa.