«Ho allevato gazzelle a Juby. Laggiù, tutti abbiamo allevato gazzelle. Le rinchiudemmo, in una capanna recintata da un graticolato, all’aperto, perché le gazzelle hanno bisogno della libera circolazione dei venti, e non vi è nulla di più sensibile di loro. Tuttavia, catturate giovani, esse rimangono in vita e brucano dalla vostra mano. Si lasciano accarezzare e tuffano il loro muso umido nel palmo della vostra mano. E si crede di averle addomesticate [...]. Ma viene il giorno in cui le ritrovate mentre premono con le loro piccole corna contro lo steccato, nella direzione del deserto. Sono calamitate. Non sanno che vi sfuggono. Bevono il latte che portate loro. Si lasciano ancora accarezzare, spingono ancora più affettuosamente di prima il loro muso nel vostro palmo… Ma, appena le lasciate, vi accorgete che, dopo una sgroppata apparentemente felice, ritornano contro il graticolato. E se non intervenite, rimangono là, non cercano neppure di lottare contro l’ostacolo, ma si limitano a premervi contro, la nuca abbassata, con le loro piccole corna, finché muoiono. [...] Quel che cercano, lo sapete, è lo spazio che le completerà. Esse vogliono diventare gazzelle e danzare la loro danza. A centotrenta chilometri all’ora vogliono conoscere la fuga rettilinea, interrotta da piccoli balzi, come se qua e là scaturissero dalla sabbia delle fiamme. [...] Le guardate e pensate: “eccole prese dalla nostalgia”. La nostalgia è il desiderio di chissà che cosa… L’oggetto del desiderio esiste, ma non ci sono affatto parole per esprimerlo».
Antoine de Saint-Exupéry, Terra degli uomini (1939)