«Il polpaccio, nella mia vita non è determinante, ne posso benissimo fare a meno.
Quando mi è caduto, non me ne sono neanche accorto.
Ahi ahi ahi ahi
Perdo i pezzi, ma non è per colpa mia;
se una cosa non la usi, non funziona;
ma che vuoto se un ginocchio ti va via,
che tristezza se un'ascella ti abbandona.
Che rimpianto per quel femore stupendo.
Ero lì che lo cercavo mogio mogio,
poi dal treno ho perso un braccio,
salutando; mi dispiace che ci avevo l'orologio.
Che distratto, perdo sempre tutto.
Passeggiavo senza stinchi col mio amore,
ho intravisto nei suoi occhi un po' d'angoscia;
io l'amavo tanto e ci ho lasciato il cuore,
ci ho lasciato - già che c'ero - anche una coscia.
A una festa con gli amici ho perso un dito:
ve l'ho detto di non stringermi la mano.
Son rimasto un po' confuso e amareggiato
quando ho visto
le mie chiappe sul divano.
Ahi ahi ahi ahi
Che routine, che poi uno si smonta eh.
Guarda quello lì ci ha ancora una tibia,
che invidia!
C'è qualcuno che comincia a lamentarsi:
c’è disordine in città, io lo capisco;
tutto pieno di malleoli e metatarsi,
a momenti scivolavo su un menisco.
Oramai io camminavo con il petto;
c'era uno senza pancia, un po' robusto,
era fermo e mi guardava con sospetto,
solidale ci ho lasciato mezzo busto.
Ahi ahi ahi ahi
Come tutti perdo i pezzi piano piano,
c’è di buono che ragiono molto bene.
Ora ci ho praticamente un gran testone
e un testicolo per la riproduzione.
Ahi
Che disagio che umiliazione
Va beh, vorrà dire che non farò sport.
Ahi!».
Giorgio Gaber, Quello che perde i pezzi, 1973-74