A Lione, il cardinal Barbarin dà spiegazioni ai suoi preti
di Céline Hoyeau e Bénévent Tosseri
Davanti a 220 preti riuniti a porte chiuse, lunedì l'arcivescovo di Lione ha riconosciuto di aver commesso “errori nella gestione e nomina di certi preti”. Alcuni lo hanno direttamente e vivacemente interpellato sul modo in cui antichi casi di pedofilia sono stati gestiti nella diocesi, altri hanno invitato a restare uniti.
La rivelazione in successione, in queste ultime settimane, di casi antichi e spesso molto disparati, sugli abusi sessuali commessi da preti della diocesi di Lione aveva appesantito il clima e reso indispensabile questo appuntamento. L'incontro tra il cardinale Philippe Barbarin e il suo clero si è svolto lunedì pomeriggio a porte chiuse, per tre ore, al centro Valpré, a Ecully, in un clima “fraterno ma senza compiacenze”, secondo alcuni dei partecipanti.
“Non mi aspettavo granché da questo incontro, invece ne è sorto un movimento di verità. C'è stato dibattito”, esprime con una certa soddisfazione uno dei 220 preti presenti (i tre quarti dei preti in attività) sui 400 che conta la diocesi. “Il cardinale ha cominciato da ciò che ci aspettavamo tutti, afferma un altro. Ha riconosciuto personalmente i suoi errori e le sue responsabilità, parlando in prima persona: «Non ho agito come avrei dovuto, avrei dovuto informarmi di più su certi preti, e non l'ho fatto»”.
Interrogato durante una conferenza stampa lunedì sera, su eventuali inviti alle dimissioni dell'arcivescovo, protagonista di due inchieste per mancata denuncia di aggressioni sessuali, padre Yves Baumgarten, vicario generale moderatore della diocesi, ha risposto che alcuni preti erano per la scelta del ritiro, per il periodo delle inchieste giudiziarie, ma che la grande maggioranza di loro era favorevole al proseguimento della sua missione. “Nessuno ha chiesto le dimissioni del cardinale, sarebbe stato
sproporzionato e inappropriato mentre è in corso l'inchiesta”, ha sottolineato uno dei preti che aveva partecipato all'incontro.
Il che non ha impedito a diversi di loro di interpellare vivacemente il cardinale sulle sue responsabilità, nel corso dell'ora e mezza di discussione libera. Una quindicina sono intervenuti “senza guanti e senza difendere l'istituzione”: “Perché si dovrebbe darle fiducia, dato che non ha lei stesso applicato le direttive del 2002 e del 2010, che erano molto chiare?”, “Dato che le misure annunciate chiedono che un prete sotto inchiesta lasci il suo ministero, non lo applicherebbe a se stesso se è messo sotto inchiesta?”... “Abbiamo condiviso la nostra sofferenza, la nostra collera, i nostri interrogativi”, riassume padre Régis Charre, parroco a Vénissieux.
È stata letta la lettera al cardinale di un prete assente. In essa si esprime lo “stupore” dell'autore di fronte alle “occasioni mancate” dalle Chiesa di manifestare la sua solidarietà alle vittime in questi ultimi mesi. Si stupisce anche del “tempo che ci è voluto” perché il cardinal Barbarin “osasse chiedere perdono”, una richiesta di perdono insufficiente a suo avviso, e si indigna per il “silenzio vicino all'omertà” da parte sia della gerarchia che dei fedeli. Sostenendo la protesta di certi preti per il fatto di aver richiesto l'intervento di uno studio di comunicazione, deplora infine di vedere la Chiesa “organizzare la propria difesa”, come se fosse attaccata, in un “regolamento di conti ingiusto”, mentre la difficoltà delle vittime di parlare e di ricostruirsi appare “messa ai margini”.
Altri preti hanno manifestato il loro sostegno al cardinal Barbarin, ricordando che i casi recenti di preti che hanno commesso abusi sessuali erano stati gestiti immediatamente e che era “più complicato trattare casi antichi, per i quali non c'erano state denunce”. “Contrariamente a quanto molti pensano, il cardinale non si aggrappa al suo incarico e aspetta il lavoro della giustizia, ma se il papa glielo chiede, lascerà senza problemi”, assicura un altro. Altri ancora hanno fatto appello alla “misericordia” e “a stare uniti”, applauditi da un piccolo numero.
Prima di questo incontro, la testimonianza di una vittima di padre Bernard Preynat, Vincent Berger, che ha parlato degli abusi subiti e delle loro conseguenze, aveva “vivamente impressionato”, secondo un prete. Diversi preti hanno anche ringraziato l'associazione La Parole libérée per la sua azione, “un bisturi in una piaga purulenta della Chiesa”, secondo uno di loro.
Sono state avanzate anche proposte concrete. Un prete ha suggerito che l'associazione della diocesi di Lione si costituisca parte civile accanto alle vittime di padre Preynat. Altri hanno espresso l'idea di non affidare più il ministero, o di ridurre allo stato laicale, un prete colpevole di aggressione sessuale, anche dopo che ha scontato la pena: “Prima di questa riunione, riferisce padre Charre, pensavamo che in tali circostanze si potesse nominarlo da qualche parte, una volta scontata la pena. Sembra che lunedì le cose siano cambiate”.
in “La Croix” del 27 aprile 2016 (traduzione: www.finesettimana.org)