Laici e cattolici al tempo della Chiesa a due velocità
di Franco Cardini
Sono in molti a chiedersi che cosa stia accadendo sotto il cielo di Santa Romana Chiesa: una Chiesa «a due velocità»? Che cosa significa che da una parte il Papa ci stupisca con la sua iperattività promettendo un diaconato femminile, redarguendo preti e vescovi per la loro mondanità e gli agi che alcuni di loro si permettono, visitando solo capitali extraeuropee, mentre dall’altra (...) Il paradossale contrasto tra la straordinaria presenza mediatica e carismatica di un Papa che aspira a una profonda riforma spirituale e anche strutturale della Chiesa da una parte e la realtà invece di una comunità dei fedeli profondamente indebolita e impoverita. Una comunità che non si sente più in grado di sostenere il ruolo di coprotagonista della storia. (...) Bene, quel potere oggi è infinitamente indebolito. La società dei consumi e dei profitti, il “mondo dell’Avere” (anziché dell’Essere) come lo definiva Eric Fromm, ha avuto la meglio nella civiltà occidentale: che è - non dimentichiamolo - quella alla quale appartengono tutti i ceti dirigenti e prominenti del mondo, anche nei Paesi non “occidentali”. Oggi la massima parte degli stessi cattolici è costituita da “cattolici sociologici”, cioè da gente che magari - e sempre meno spesso - è anche battezzata o magari si sposa in Chiesa, ma nella quale la vita religiosa non ha più alcun peso pratico. (...) Lo aveva già detto con chiarezza mezzo secolo fa Giovanni XXIII: non siamo più padroni della società, bisogna accettare di divenirne minoranza qualificata che ne sia coscienza, sale della terra… (...) [Il papa] vuole soltanto avvertire che la vera battaglia si svolge altrove (...). Il nucleo della questione di
oggi è un altro: ed è la ragione per la quale Papa Francesco visita le capitali extraeuropee e si astiene, per ora, dal misurarsi con quelle “occidentali”. Questo Papa parla in termini apocalittici e planetari. Per lui, il grande e principale problema dell’umanità è l’ingiustizia sociale che regna sovrana nel mondo e la nostra “cultura dell’indifferenza” che è incapace di scorgerla. Per questo egli va ripetendo che è necessario partire dalle periferie. Noi, abitanti dei “centri” occidentali in crisi quanto volete ma ancora relativamente ricchi e in qualche caso opulenti, siamo vittime di una pluridecennale illusione prospettica: in fondo, pensiamo che più o meno sia così dappertutto.
Fino a qualche anno fa ci andavamo perfino ripetendo che tutto il mondo procedeva verso la pace: c’erano guerre dappertutto, dal Vietnam al Vicino Oriente all’America latina, ma nella nostra isola felice l’eco delle esplosioni non arrivava. Oggi sappiamo che non è così: eppure, non abbiamo ancora capito come vive la stragrande maggioranza della popolazione del pianeta e in fondo non ce ne importa, e secondo il Papa la vera crisi della Chiesa cattolica sta in ciò, non nel fatto che la gente non vada più a messa o non ubbidisca alla Cei. Il Cristo sta ancora in croce ma nessuno gli fa più caso: e questo, il vecchio prete che viene dalle Villas Miseria non lo accetta, come non digerisce gli attici dei cardinali. Per questo continua a visitare le periferie: quando sarà il momento, e solo allora, aggredirà le capitali della «cultura dell’indifferenza». Una battaglia perduta in partenza? Forse. Ma è la sua. Se non si capisce questo, è inutile chiedersi dove stia andando la Chiesa.
in “Il Messaggero” del 18 maggio 2016