IL NONSENSO DELL'INIZIAZIONE CRISTIANA
di Marco Ronconi
Con gli ultimi due Sinodi abbiamo messo mano al Matrimonio. Con la questione delle diaconesse abbiamo aperto il cantiere sul sacramento dell’Ordine. Perché non proseguire con una sana discussione sull’iniziazione cristiana? L’attuale successione è: Battesimo, prima Confessione, prima Comunione, Cresima. È una prassi con ben poco senso. Chi da bambino ha vissuto questa catechesi sacramentale – non tanto la spiegazione ascoltata dai catechisti, quanto i segni lasciati dalla sequenzialità dei riti – è inevitabilmente esposto a fraintendimenti gravi. Lasciamo da parte per un attimo l’intruso: la Confessione. Gli altri tre costituiscono il blocco dell’iniziazione cristiana. Battesimo, Cresima ed Eucarestia sono il cuore dell’identità dei christifideles. È il motivo per cui le Chiese ortodosse li amministrano in pochi minuti uno di seguito all’altro, anche a un neonato. Analogamente, se un adulto chiede di far parte della Chiesa cattolica, riceve contestualmente tutti e tre. La loro dilazione ha motivi storici complessi su cui non entro, ma considerare normale una distanza di almeno 12-14 anni fra Battesimo e Cresima genera una questione dalle fondamenta fragili e dalle conseguenze zoppe. L’esito è un doppione difficilmente giustificabile, se non in una tremenda curvatura moralistica. Come recita il Catechismo, infatti, mediante il Battesimo «diventiamo membra di Cristo e siamo

incorporati alla Chiesa». Con la Cresima accade la stessa cosa (!) ma con un dettaglio in più: «Mediante la Cresima i fedeli vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa». Forse che con il solo Battesimo siamo «meno perfettamente» parte della Chiesa? E come si gradua la perfezione? Qualcosa di perfetto non può esserlo «meno» o «più». O lo è, o non lo è. La prima Comunione, poi, è vissuta precedentemente alla Cresima, quindi l’Eucarestia è di fatto accessibile anche a chi non è «più perfettamente» membra della Chiesa; come si spiegano allora i divieti di intercomunione con cristiani di altre confessioni con cui condividiamo il Battesimo?
A un certo punto, poi, «Cresima» («unzione») è diventato «Confermazione», con l’esito quasi pelagiano di rendere protagonista del sacramento non più lo Spirito Santo ma il battezzato, chiamato appunto a «confermare la fede» attraverso una preparazione zeppa di richiami alla consapevolezza e alla responsabilità. Sono lodevoli appelli che però rischiano di tradire il vero protagonista di un sacramento, che non è l’essere umano. Non si potrebbe rimettere la Cresima al suo posto come completamento del dono dello Spirito al momento del Battesimo e celebrare un altro rito per vivere il passaggio all’età adulta, onde non confondere esortazione morale e grazia sacramentale? I sacramenti sono doni gratuiti dello Spirito che abilitano e formano alla vita in Cristo – che resta tutta poi da realizzare – mentre così sembra che il senso della vita cristiana sia raggiungere l’apice dei sacramenti. Non a caso, una volta ricevuta la Confermazione (e dal vescovo!), ci si sente legittimati ad andarsene, come se il più fosse fatto. Il guasto peggiore, tuttavia, è proprio l’inserimento della Confessione anteriormente alla prima Comunione. Prima ancora di partecipare «più perfettamente» alla comunione ecclesiale e prima ancora di viverla intorno all’altare, l’abbiamo rotta e dobbiamo ripararla. Ma come si può aver infranto in modo grave una comunione che non si è ancora pienamente ricevuto e vissuto? Si dà per scontato che a quell’età tutti abbiamo avuto sufficiente consapevolezza e responsabilità per commettere un peccato tanto grave da impedire la comunione, ma nessuno ha analoga consapevolezza e responsabilità per ricevere la Cresima, anzi: la Confermazione. Che senso ha?

Jesus, febbraio 2017