Dio ci invita a conversare con lui
di Marco Ronconi
Qual è il motivo per cui Dio si è rivelato in Gesù Cristo? Se la domanda sembra banale, non lo è la risposta di Dei Verbum: «Con la rivelazione, Dio invisibile, nel suo immenso amore, parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé». La traduzione letterale del testo latino è ancora più stupefacente: Dio si rivela per «conversare». L’obiezione sorge spontanea: tutto questo bailamme, del tipo una creazione e una redenzione, un esodo, re e deportazioni, profeti e templi, fino a un innocente che muore in croce che è il Figlio di Dio, e tutto questo per cosa? Per «conversare»? Non è sorprendente? Avesse detto «insegnare» o «ordinare» l’avrei capito di più.
Sono infatti anch’io tra quelli che

rimpiangono i tempi in cui si spiegava la rivelazione come un «baule di cose». «Dio» era il soggetto, «rivela» era il verbo e «la sua volontà» il complemento oggetto, traducibile in norme e leggi. Lo abbiamo fatto per secoli e il motivo era nobile e comprensibile: vivevamo convinti che la vita consistesse nell’applicare idee eternamente vere, per cui Dio, che ci ama, non poteva che rivelarci la teoria più alta e perfetta. In fin dei conti per andare bene a scuola basta studiare e applicare diligentemente le regole. Oddio, forse non sempre è così, ma lasciamo perdere il paragone che nella realtà ci confonde. 
Rimaniamo alla teoria: nella rivelazione Dio ci ha messo a parte dei suoi segreti che, applicandoli, garantiscono una vita salvata. In fin dei conti chi non sogna una vita fatta di strutture che ricopiano verità eterne (un solo Dio, quindi una sola religione, ma anche un solo re…) o di regole fotocopie di valori assoluti (il matrimonio è una realtà sacra nella sua indissolubilità)? 
Decenni prima del Concilio, tuttavia, questa impostazione ha iniziato a scricchiolare. Considerare la vita l’applicazione di una teoria – per quanto esatta – non funzionava sempre. Ad esempio, certa teologia cattolica degli anni ’50 spiegava che il modello ideale di Stato era la Spagna del dittatore Francisco Franco. Dal punto di vista della squisita logica dottrinale era un’affermazione solidissima, tanto da essere difesa dall’allora Segretario del Sant’Uffizio. Nella pratica, qualche problemino c’era. Qualcuno iniziò a intuire che la questione non verteva tanto sul contenuto delle dottrine, quanto piuttosto sul rapporto teoria-prassi: non poteva la seconda essere la semplice applicazione della prima. E non poteva perché nemmeno Dio si era rivelato in un libro, ma in una vita umana. E non aveva rivelato «qualcosa», ma Se stesso (Dei Verbum 2).
Ora, la risposta alla rivelazione di Dio è decisiva per la salvezza. A una verità si risponde accettandola. A una legge, con l’obbedienza. Ma se la rivelazione è una persona? La risposta di Dei Verbum è «la conversazione». Il sogno di Dio è un mondo in cui tutti possono parlarsi in verità e carità, riconoscendosi e venendo riconosciuti. 
Mi vengono in mente poche esperienze umane così potenti come quando si ama qualcuno e le parole che ci si scambia rivelano la verità, rendendo il tempo graziosamente abitabile. Per contro, chi sperimenta la fatica del parlare senza capirsi o la fragilità delle parole necessarie alla costruzione di un amore può intuire quanto di divino ci sia nel «conversare come amici». Nelle parole di papa Francesco: «Un dialogo è molto di più che la comunicazione di una verità. Si realizza per il piacere di parlare e per il bene concreto che si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole. È un bene che non consiste in cose, ma nelle stesse persone che scambievolmente si donano nel dialogo» (Evangelii Gaudium 142).
Jesus, aprile 2017