
Segno. Testimonianza positiva
di Nunzio Galantino
«Non limitarti a segnare il tempo; usa il tempo per lasciare il tuo segno» (Harvey B. Mackay). Dal greco semeion, «segno» è tutto ciò che rimanda ad altro. È il primo e necessario strumento usato sempre e quotidianamente da ciascuno di noi per comunicare. Esso è accompagnato sempre da una ricchezza che va donata, colta e accolta. La parola (insieme di segni alfabetici) diviene “segno” quando – piuttosto che mera emissione di suoni - viene pronunziata con verità e accolta con disponibilità; la musica (insieme armonioso di segni musicali, le note) è “segno” quando – ascoltata - evoca e produce emozioni e atmosfere; il calcolo (insieme di segni numerici e algebrici, i numeri) è “segno” quando, attraverso i numeri, rivela e rimanda a realtà che spingono alla decisione e all’impegno. “Segno” è anche un evento, un gesto o uno sguardo, come “segno di intesa”. “Segno” è una testimonianza silenziosa che spesso, come ricorda Mackay, è molto più efficace delle parole.
Consapevole che le parole sono “segni” - spesso insufficienti, talvolta ambigui, sicuramente imperfetti - nell’esperienza religiosa si
ricorre ai “segni” con l’evidente scopo di rimandare ad “altro” e all' Altro. Alla testimonianza come “segno” viene da tutti riconosciuto, soprattutto nella trasmissione della fede, un valore straordinario ed efficace.
Muovendo dalla definizione di Munari (Simultaneità degli opposti) - secondo il quale «i segni sono (…) delle forme appoggiate sul fondo, senza problemi di ambiguità percettiva, dove il valore è dato dall’energia, dal colore materico, dalle dimensioni, dai collegamenti, dagli spazi vuoti» - mi piace pensare che i nostri “segni”, le nostre “testimonianze” sono tali e contribuiscono a rendere migliore la vita solo quando sono posti con passione e sostenuti con lealtà. Lo spessore di passione che accompagna i “segni” giustifica i diversi gradi di coinvolgimento che i segni stessi provocano.
Solo “segni”, costituiti da parole non ambigue, da sguardi che riempiono spazi vuoti e da relazioni libere e liberanti, permettono all’uomo di conoscersi meglio e di comprendere gli altri. I segni, quelli veri, sono ponti! Lo scambio di segni, linguistici e non, è tessuto dell’esistenza, veicolo di conoscenza della realtà, presenza operosa e operante. I segni che, per lo più, precedono le parole diventano eccezionale strumento di relazione fra gli uomini; soprattutto se, andando oltre il formalismo e la esteriorità, fanno emergere e risplendere sentimenti ed emozioni altrimenti nascosti.
Il segno trasforma la parola in esperienza. Le parole “compassione” o “empatia”, ad esempio, tradotte in segni e in testimonianza, diventano gesti concreti misericordia e di vicinanza. Insomma, «I segni sono le forme nuove di fraternità, le nuove fonti di qualità della vita, le nuove forme di pace nella quale l’umanità emerge» (C. Molari).
in “Il Sole 24 Ore” del 18 giugno 2017