« (...) Oggi (che è già profondamente diverso da 15 anni fa) manca un modello di prete ed è assai difficile capire cosa voglia dire “fare e vivere da prete”. L’unico modello ben chiaro che abbiamo è ancora quello di fine ottocento (quello di don Bosco per intenderci) e quindi non si fa altro che rubare da quel riferimento. Ci sono preti che rubano da quel modello ciò che pensano sia opportuno per l’aspetto educativo, altri per l’aspetto liturgico, altri ancora per l’aspetto sociale o amministrativo. Fare e vivere da prete oggi è una babele di mille cose e spesso in contrasto tra di loro.
Il problema serio è legato alla terza domanda: No, non sono capace di essere un buon testimone della vita sacerdotale. Con la mia vita non incoraggio nessuno (anzi a volte rischio di raffreddare anche quei pochi bollori che possono nascere). Mi domando spesso se stia facendo il prete, se stia vivendo da prete: la risposta è quotidianamente davanti agli occhi per il fatto che spesso non ne sono per nulla contento.
Sono un sacerdote che vive di corsa i momenti di preghiera della comunità e spesso anche senza averli preparati con le dovute attenzioni. Sono spesso triste e un po’ arrabbiato, scontroso e facile a risposte “di pancia”. Sono preoccupato per la gestione amministrativa della parrocchia che mi prende molti pensieri. Sono un manager per i dipendenti e un incapace gestore del personale.
Sono un orso nelle relazioni e profondamente disattento nei confronti della mia famiglia. Non so pregare, o meglio quando poi dovrei cercare di pregare sono stanco e anche se cerco di vincere questa conseguenza, non riesco a rimanervi fedele e attento.
Quindi se un giovane mi guarda, ovviamente gli passa la voglia di fare il prete. Lo capisco bene e condivido pienamente con lui questa conclusione.
Fare il prete è spesso un inventarsi giorno per giorno rispondendo alle innumerevoli
domande che ti vengono buttate addosso senza nessuna attenzione nei tuoi confronti, ma semplicemente perché fai di mestiere il prete e non perché sei prete. La maggior parte delle persone che bussa alla porta lo fa senza credere nella tua presenza sacerdotale, ma come prete che per natura deve essere attento a tutti, soprattutto ai poveri (e quindi ci si presenta sempre come poveri e bisognosi).
È veramente assurdo come l’altro sappia bene – a suo dire – cosa definisca un prete, quale modello di vita debba contraddistinguere il comportamento di chi ha fatto la scelta sacerdotale, ed io che sono prete non riesca a cogliere e a definirmi in un modello.
Oggi non serve più il prete, ma un uomo che sia operatore socio assistenziale. Se poi questo tale vuole avere le sue convinzioni da un punto di vista teologico, se le tenga per sé e le organizzi come meglio crede, ma non venga ad importunare con dissertazioni a cui non importa nulla a nessuno. Oggi non è necessario sapere qualcosa di fede, è sufficiente che si pasticci un po’ di carità (meglio se la chiamassimo pseudofilantropia).
Sembra che non sia così decisivo il presiedere l’eucarestia e neppure il sedere in confessionale, il far visita agli ammalati: oggi ciò che conta è accogliere i poveri e fare opere di filantropia. Qualcuno fa riferimento ancora ai grandi santi della carità, ma non per il fatto che siano sacerdoti, religiosi o religiose, ma perché hanno fatto quella determinata opera e per quella opera sono considerati santi e modelli da imitare. Santa Teresa di Calcutta è un modello perché ha assistito e si è fatta vicino a molti poveri delle caste più povere e intoccabili dell’India, non perché si alzava presto al mattino per la preghiera, la messa e l’adorazione eucaristica. Don Mazzolari o don Milani sono modelli di santità non perché preti che hanno vissuto il vangelo, ma perché uomini che hanno lottato contro l’ingiustizia in cui erano relegati i poveri delle loro comunità parrocchiali. E così potrei continuare. (...)».
https://www.bergamonews.it/2017/11/23/preti-ancora-necessari-lautocritica-del-sacerdote-deve-far-riflettere/270051/