Il lutto ai tempi del contagio

di Michela Murgia

A dire addio si impara, ma non da soli, specialmente se l’addio è quello di una morte. (…)

La percezione delle morti da coronavirus somiglia più a quella per le perdite causate da un terremoto che a quelle per una patologia e necessita di riti pensati appositamente. Nessuno stupore. Ci siamo creduti una società ormai anti-ritualista, ma il Covid ci ha fatto riscoprire che nei passaggi di vita restiamo una specie tribale, disperatamente bisognosa di codici emotivi condivisi.

Dire “si dispensa dalle visite” definiva il lutto come fatto privato, ma in tempi in cui è un decreto a decidere quante visite possiamo ricevere, quella frase assume una portata ben diversa. I familiari delle oltre 30mila persone morte nella prima ondata lo hanno imparato a loro spese e in quel silenzio forzato è accaduto che quelle che sembravano ipocrite liturgie sociali ci siano invece mancate terribilmente.

II danno psicologico dei traumi del mancato addio è incalcolabile e si nutre di una domanda terribile: avrei potuto oppormi al distanziamento che ha lasciato quel mio familiare a morire da solo? Nella concitazione

dell’emergenza, i protocolli di delicatezza con cui le strutture sanitarie in genere comunicano le notizie sgradevoli sono andati persi e molti hanno saputo di aver perso genitori e nonni telefonando in ospedale nella convinzione di trovarli vivi. Le mancate informazioni e il sospetto di aver perso gli affetti per motivi diversi dalla malattia ha reso difficile l’elaborazione del lutto, anche perché tanti hanno visto i corpi già nei sacchi neri dell’obitorio e molti non li hanno visti affatto.

Se già è difficile celebrare il compimento delle assenze quando c’è la possibilità di piangere su un corpo presente, come si fa a gestirlo in mancanza del più piccolo segno? (…)

Abbiamo bisogno di vicinanza, di non essere lasciati soli, ma il distanziamento rende complicate le modalità di contatto che abbiamo sempre vissuto come naturali. Come spostare il contatto simbolico e mentale in una società senza dimensione simbolica? Come si può costruire vicinanza quando è proprio la distanza a metterti al sicuro?

In assenza del corpo, la parola assume un’importanza eccezionale nella comunicazione del lutto. Occorre imparare a pronunciare i gesti, a scrivere sui telefonini frasi plastiche come “adesso ti sto abbracciando”, a visualizzare il più possibile nei video i corpi e i volti e a pronunciare pubblicamente i nomi per combattere contro la spersonalizzazione dei numeri a cui per mesi sono stati ridotti i morti da coronavirus.

La tecnologia può essere fondamentale, se usata in modo empatico e creativo. Molte persone, in assenza di funerali fisici, in questi mesi hanno celebrato on line la memoria degli scomparsi attraverso gesti semplici: l’accensione contemporanea di candele, lo scambio di foto, filmati ed esperienze di vita e l’attivazione di spazi virtuali dove il ricordo personale potesse diventare, attraverso la condivisione, memoria per tutti. Il trauma resta personale e non trasferibile, ma la narrazione rituale collettiva può trasformarlo in dolore, che invece è uno spazio abitabile da ciascuno di noi.

È grazie alla narrazione se possiamo addolorarci per i morti della Shoah, per quelli affogati nel Mediterraneo o per i corpi straziati dalla guerra in Siria, anche se non dobbiamo gestire il trauma di un parente morto in un lager, su un barcone affondato o sotto un bombardamento. L’importante è imparare a comunicare alle nuove condizioni di linguaggio imposte dalla pandemia, perché ormai sappiamo che peggio della perdita c’è solo il non poterla dire.

in “la Repubblica” del 24 ottobre 2020