“Wittgenstein nei suoi appunti del 1914-16 annotava: «Pregare è pensare al senso della vita». Kierkegaard era ancor più radicale: «Gli antichi dicevano che pregare è respirare. Si vede, allora, quanto sia sciocco chiedersi un “perché”. Perché io respiro? Per non morire. Così con la preghiera». (…)
In questo nostro contesto la preghiera diventa apparentemente «impossibile» e l’anima si intisichisce. Eppure, proprio nel deserto spirituale che la tecnocrazia sta creando, radendo al suolo ogni anelito verso la trascendenza, Jacques Ellul (autore de “L’impossibile preghiera”) è convito che si debba far scorrere il fiume fecondatore dell’orazione. Ma perché le sue acque siano pure, è necessario smitizzare «visioni intime e rassicuranti della preghiera» e ai «fondamenti fragili» sostituirne di solidi, rigenerando il linguaggio.
In questa operazione catartica lo studioso replica anche a «tutte le ragioni per non pregare», a partire da quella implicita ma dominante in molte persone: «E’ perfettamente possibile vivere senza pregare». Introduce, così, la «sola ragione» che motiva il pregare. Essa è a prima vista paradossale, affidata a un comandamento di Cristo: «Vegliate e pregate!». Non possiamo né vogliamo articolare questa «ragione» così sconcertante nel suo stesso autoporsi: solo la lettura del capitolo quarto che è il cuore del libro, con la finezza delle sue argomentazioni, il ricamo delle citazioni, la vivacità stessa del dettato, può dispiegare il senso di questo atto tutt’altro che consolatorio o devozionale e magico. Non per nulla l’ultimo capitolo è - nella linea di un’antica tradizione spirituale che ha un suo archetipo simbolico nella lotta del patriarca ebreo Giacobbe con l’Essere misterioso lungo le rive del fiume Jabboq (Genesi 32,23-33) - segnato dall’immagine del «combattimento» con Dio e persino contro Dio. (…).
di Gianfranco Ravasi, in “Il Sole 24 Ore” del 10.01.2021