Laici e sacerdoti oggi
di mons. Luigi Bettazzi
Quando si parla di "vocazione", nella Chiesa si intende normalmente la chiamata (in latino vocatio) al sacerdozio, o, quasi per affinità, la chiamata alla vita religiosa. E questo corrisponde alla mentalità diffusa che i sacerdoti sono l'espressione tipica, qualificata, della Chiesa. Lo si vede oggi anche dal clamore che si fa come sfida alla Chiesa per le mancanze di suoi sacerdoti. V'è quasi l'idea che "la Chiesa sono i preti" (tanto più i vescovi), mentre la massa dei fedeli costituirebbe l'insieme dei beneficiari dell'azione (magisteriale e ministeriale) della gerarchia. Ora, è vero che la gerarchia è indispensabile per la garanzia della vita della Chiesa, per la certezza della dottrina e l'efficacia della trasmissione della grazia; e per questo dobbiamo pregare perché il Signore chiami tanti alla vita sacerdotale (e religiosa) e perché chi vi è chiamato risponda con generosità. Tutto questo però poneva la condizione del clero su di un livello di superiorità, che si traduceva poi in una specie di promozione o di difesa di "casta". Forse certi silenzi e coperture di cui si parla anche oggi corrispondono a questo atteggiamento di difesa e di riguardi, evidente anche nella espressione che si usava per il sacerdote che lasciava la sua condizione e che veniva "ridotto allo stato laicale". Il concilio Vaticano II ha richiamato una verità che è tipica della Rivelazione, che nel Nuovo Testamento parla di Gesù come l'unico mediatore tra Dio e l'umanità, il sommo ed eterno sacerdote. Se ogni cristiano, col battesimo, viene inserito in Gesù Cristo, morto e risorto, dobbiamo concludere che ogni cristiano è sacerdote, portatore del divino nel mondo e consacratore della realtà creata. Perché questo si realizzi, e in modo sempre più pieno, ci sarà bisogno di un sacerdozio ministeriale, continuatore ed estensore del ministero degli Apostoli, ma l'efficacia della loro funzione sarà proporzionale alla comprensione e alla dedizione del loro servizio (in latino ministerium). Questa precisione di visuale è sollecitata dall'impostazione stessa che i Padri conciliari hanno voluto per la costituzione sulla Chiesa (la Lumen gentium): mentre la prima stesura dopo una riflessione sulla natura della Chiesa affrontava il tema della gerarchia e al terzo posto quello dei fedeli laici, i vescovi del concilio hanno voluto che, dopo la trattazione sulla natura della Chiesa (come "mistero" che attinge la Santissima Trinità) si parlasse invece dell'intero popolo di Dio, e al terzo posto della gerarchia, che è appunto al servizio del popolo di Dio. È così che il "magistero" dovrà sentirsi in funzione non solo o non tanto dell'esattezza delle formule dogmatiche quanto della "profezia" dei cristiani, della loro comprensione della Parola di Dio e della loro coerenza nel viverla, come ci è stato raccomandato dalla costituzione Dei Verbum. E il sacerdozio ministeriale non dovrà solo guardare alla solennità e all'esattezza della liturgia, ma dovrà preoccuparsi che essa diventi realmente la preghiera vissuta della gente, "culmine e sorgente della vita cristiana", come dice la costituzione sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium). Questo farà sì che la gerarchia colga sempre più l'invito conciliare alla "collegialità" che, se si esprime compiutamente nella collaborazione dei vescovi col Papa e dei vescovi tra di loro, si ritrova a ogni livello della Chiesa nello spirito e nella prassi della "comunione". La costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (la Gaudium et spes) ci invita peraltro a considerare quanti "semi del Verbo" ci sono nel mondo, quanta diffusione di grazia ci sia nel creato anche al di fuori delle strutture ecclesiali. La presenza di dialogo e di confronto col "mondo" qualifica la "vocazione" dei cristiani laici, a cui il battesimo affida il compito di lievitare la società e l'intera umanità verso il "regno di Dio", cioè verso un mondo di coscienza e di amore quale Dio lo vuole. E questo qualifica anche la "vocazione presbiterale" in ordine a una missione aperta e fiduciosa, che valuti il primato delle persone sulle strutture (pure indispensabili nella loro funzionalità), e che dia la priorità - come fece Gesù - non ai vertici sociali, ai notabili, fossero anche quelli esteriormente più in vista (com'erano allora i farisei e i dottori della Legge), bensì ai piccoli, ai poveri, ai sofferenti, agli emarginati. Con felice intuizione la Conferenza episcopale italiana, nel 1981, affermava che bisogna "partire dagli ultimi". Tutto questo non attenua l'impegno di santificazione dei presbiteri. Al contrario, se una guida autoritaria, fatta in prevalenza di comandi, si basa sul valore delle cose comandate e sulla prevalenza del comando, una guida autorevole, basata cioè sulla persuasione e sull'esempio, esige in chi guida "un supplemento di umanità e di santità".

in “L'Osservatore Romano” del 25 aprile 2010


Laddove giungono i laici
E' certo che accanto ai preti ci vogliono delle Priscilla e degli Aquila che vedano quello che il prete non vede, arrivino dove il prete non può arrivare, vadano da chi lo evita, evangelizzino, con un contatto benefico, una bontà che si riversi su tutti, un affetto sempre pronto a donarsi, un buon esempio che attiri quanti girano le spalle al prete e gli sono ostili. Essere apostoli con quali mezzi? Con quelli che Dio mette a sua disposizione. (...) I laici devono essere apostoli con tutti coloro che possono raggiungere: i vicini e gli amici anzitutto, ma non soltanto loro, perché la carità non ha confini, abbraccia tutti quelli che abbraccia il cuore di Gesù.
Con quali mezzi? Con i migliori secondo quelli ai quali si rivolgono: con tutti quelli con cui sono in rapporto, senza eccezione, con la bontà, la tenerezza, l'affetto fraterno, l'esempio delle virtù, con l'umiltà e la dolcezza che sempre attraggono e sono così cristiane; con alcuni senza mai dir loro una parola su Dio e la religione, pazientando come pazienta Dio, essendo buoni com’è buono Dio, mostrandosi loro fratelli e pregando; con altri, parlando di Dio nella misura in cui sono in grado di accettarlo e, appena hanno in mente di ricercare la verità con lo studio della religione, mettendoli in contatto con un prete scelto molto bene e capace di far loro del bene... soprattutto, bisogna vedere in ogni essere umano un fratello - "Voi siete tutti fratelli, voi avete un solo padre che è nei cieli".

Charles De Foucauld

Elogio del genere medio. E della stima
«La comunicazione tra i preti offre uno spunto interessante per tessere l'elogio del genere medio, cioè di quel tipo di linguaggio che sta tra il "discorso" e la "chiacchiera": è la forma prediletta dai valori per farsi quotidiana qualità.
I preti infatti cominciano fin da piccoli, da quando sono seminaristi, a pronunciare discorsi, cioè a tradurre in parole il mistero di cui sono testimoni e custodi. Dichiarano verità sublimi e precetti estremi, la luce abbagliante di Dio e le pretese indiscutibili del Vangelo. All'inizio, forse, con timore e cautela, come di chi avverte di avere labbra inadeguate per dire la Parola santa, poi via via con maggior disinvoltura, come di chi ha imparato il mestiere. E questo il livello del discorso: il rischio evidente è di ridurre l'annuncio del Vangelo ad un esercizio di cattiva retorica.
Scesi dall'ambone, anche i preti incontrano amici, scambiano saluti e notizie di cronaca, parlano di prezzi, di acciacchi, di sport e raccontano barzellette. Incomincia il tempo indefinito della chiacchiera, talora così lontana, per contenuto e per forma, dal discorso appena pronunciato che fa nascere la domanda: "Ma allora in che cosa crede?". La chiacchiera infatti è sempre tentata di sconfinare in giudizi sommari, in mormorazioni scontente, in insinuazioni malevole, senza il coraggio di diventare obiezioni, senza la misericordia per diventare comprensione.
II genere medio caratterizza quel discorrere senza la pretesa di farsi maestri, senza l'imbarazzo di aprirsi ad un confronto. I preti abituati a lavorare insieme apprezzano l'itinerario che conduce al nascere di un pensiero condiviso, di un obiettivo comune. Quando non è tanto importante dimostrare di aver ragione o di essere più aggiornati si dicono le cose che stanno a cuore, le domande che danno da pensare, le consolazioni di cui è ricca la vita di un prete.
E facile incontrare una inerzia e una rassegnazione che rendono questa comunicazione stentata: ciascuno ha le sue timidezze e le sue presunzioni. Una condizione per rendere possibile anche ai preti di pensare un po' in grande e di camminare un po' insieme è la stima vicendevole. Intendo la convinzione, largamente confortata dall'esperienza, dei tesori innumerevoli che ciascuno custodisce, accumulati in ore di meditazione della Parola di Dio, in migliaia di incontri personali, nella tenace dedizione al ministero, nel gusto rimasto giovane di ascoltare la gente, di farsi carico dei fastidi e dei drammi degli altri. Appena oltre la scorza convenzionale che talora trasforma un prete in un personaggio, c'è un uomo di Dio e il tempo passato ad ascoltarlo, quando il parlare si fa serio e sincero, è tempo guadagnato».

don Mario Delpini - La Fiaccola, febbraio 1991