Voglia di sagrato
di don Antonio Torresin
La celebrazione domenicale, e nelle feste principali, è forse il momento più importante per me, come prete e come parroco. Celebro il mistero di Gesù, ascolto la Parola di Dio insieme alla mia comunità, dono e ricevo la grazia di una comunione che ci rende Corpo di Gesù, Chiesa. Per questo cerco di prepararmi con cura ad ogni celebrazione. C'è una preparazione remota: leggo i testi della liturgia, prego la Parola di Dio fin dall'inizio della settimana, porto con me quella parola anche negli incontri e negli ascolti di tante persone che avvicino. Poi c'è una preparazione prossima: cerco di non arrivare in chiesa all'ultimo momento, per essere disponibile a qualcuno che chiede di confessarsi, per controllare che tutto sia pronto, ma soprattutto perché mi piace guardare l'inizio del radunarsi del popolo di Dio. C'è chi arriva con largo anticipo, prende posto, si mette a pregare; chi arriva giusto in tempo; chi affannato, perché la vita sembra incalzare e il tempo sfugge. Piano piano si forma l'assemblea che celebrerà il mistero della Pasqua di Gesù che ci raduna e ci nutre. Poi viene l'inizio vero e proprio: si dovrebbe compiere una breve processione, quasi un graduale avvicinarsi al mistero, sorretti dal canto, senza fretta, con timore e tremore. Il bacio dell'altare porta tutti a concentrarci sul centro della celebrazione, la presenza del Signore nel memoriale della sua cena. Infine mi volto e guardo l'assemblea raccolta.
È un momento particolare. La chiesa prende i volti delle persone, le voci di chi prega e canta... Non sono che tre mesi da quando celebro in questa parrocchia, ma comincio a riconoscere i volti; le persone, il più delle volte, scelgono gli stessi posti, come si fa a tavola, ed è bene, perché è un gesto che crea familiarità. Così posso riconoscere quella famiglia con due bellissimi bambini che si mette sempre nel transetto alla mia sinistra, la coppia di anziani che arriva a braccetto sulla navata di destra, la signora a metà della chiesa che una volta mi ha raccontato la sua storia... e devo stare attento, perché mi perdo! Mi vengono in mente mille cose, vorrei salutare qualcuno, chiedere come stanno familiari malati ecc. Ma devo restare concentrato sulla celebrazione, aiutare tutta l'assemblea a tendere il cuore all'ascolto. E la Messa riprende.
Per questo, alla fine della celebrazione, mi è caro ricucire le trame di questi pensieri e poter incontrare le persone. La vita corre in fretta, lungo la settimana le occasioni per scambiare due parole sono così rare, che la domenica rappresenta una possibilità unica. La chiesa vive in una trama delicata di relazioni che vanno curate, di rapporti che sono preziosi e fragili. Mi chiedo: cosa ci fa sentire a casa? Sentirsi conosciuti; da Dio certo, ma anche da qualcuno che ci rivolga una parola non formale. Questo vale per tutti, anche per me. Non riesco a pensare al mio ministero senza delle relazioni che superino l'anonimato e la formalità di un ruolo. E credo che sia vero anche per ogni fedele. A volte, le nostre chiese sono un poco fredde (e non solo per la temperatura segnata dal termometro), e la fruizione della celebrazione viene vissuta in modo individualistico, come se ciascuno prendesse un servizio in modo funzionale e il più asettico possibile. Questo, in realtà, stride con il senso della comunione che celebriamo. Non si vive la relazione con Gesù senza entrare nel corpo di una chiesa di cui ci si sente parte, senza riconoscersi fratelli e sorelle, senza curare i legami e le relazioni. Serve rompere quel clima di solitudine e d'individualismo che ci porta tutti a vivere chiusi in noi stessi. La comunità dovrebbe essere un segno di comunione, e questo passa proprio dalla gioia di incontrarsi, di salutarsi, di cantare e pregare insieme, ad una sola voce, perché le nostre vite si riconoscono legate le une alle altre. Senza, per questo, voler trasformare le nostre comunità in congreghe di amiconi, in gruppi perfettamente sintonici. Proprio questo è il bello delle nostre assemblee: siamo diversi, di età, cultura, sensibilità, ora anche di pelle e di lingua. Eppure il miracolo del Vangelo è che crea una lingua comune che permette di intenderci e di parlarci, costruisce una comunione che ci fa sentire non estranei gli uni agli altri, anche se viviamo vite diverse. E questo miracolo prende forma proprio nelle celebrazioni.
Per questo, alla fine della Messa, mi è caro - ed è una scelta che ho condiviso con gioia con altri preti - fermarmi a salutare le persone all'uscita della Messa. Come se non volessimo troppo in fretta scappare alle nostre faccende, perché quello che abbiamo vissuto è troppo bello per essere risucchiato dall'incalzare della vita. Mi piace soffermarmi con tutti, essere a disposizione di chi vuole anche solo dare un saluto. E sono contento quando vedo che anche altri lo fanno, quando si creano spontaneamente capannelli di chi si ferma per due parole in amicizia. La chiamerei: "voglia di sagrato". Non è solo un piazzale, un posto per parcheggiare una macchina quando serve, o per allestire un banchetto vendita. È uno spazio simbolico d'incontro, la necessità che la celebrazione trovi il suo prolungamento in una trama fitta di relazioni e di amicizia.

Quel narcisismo clericale
di Aldo Maria Valli
Si chiude in queste ore l’anno sacerdotale indetto dal papa e giustamente analisi e riflessioni sono dedicate alla figura del sacerdote. Ma lo scandalo pedofilia che paradossalmente (ma un credente può anche dire provvidenzialmente) è scoppiato proprio durante questo anno dovrebbe indurre a ragionare anche e forse soprattutto sui vescovi. È lì, nella classe vescovile, che sotto molti aspetti la Chiesa ha denunciato ritardi, impreparazione, approssimazione, paura: una miscela devastante per la credibilità dell’istituzione. Lo scandalo pedofilia fa da cartina di tornasole di alcuni punti deboli dei vescovi cattolici. Il primo è la tendenza a considerare più importanti gli interessi istituzionali rispetto ai bisogni delle persone (le vittime, i sacerdoti stessi, i fedeli). È un atteggiamento spesso assunto in buona fede, allo scopo di proteggere la Chiesa, ma non si capisce che in questo modo, specie nell’era della comunicazioneistantanea, il modello non vale più e ottiene risultati contrari a quelli desiderati. Il secondo punto debole è la difficoltà nel capire la portata degli scandali. Abituati spesso a vivere in un mondo tutto loro, distante dalla gente comune, alcuni pastori letteralmente non percepiscono quanto sia grave per la Chiesa non affrontare, o affrontare in modo inadeguato, comportamenti che per tutti, credenti e non credenti, equivalgono a micidiali controtestimonianze rispetto al messaggio evangelico. Il terzo punto riguarda lo scarso contatto fra vescovi e sacerdoti. Se le due realtà non si parlano, se vivono separate o comunicano solo in modo gerarchico e burocratico, è chiaro che la portata di certi fenomeni sfugge a colui che invece dovrebbe avere il polso della situazione. Un quarto punto riguarda la difficoltà a occuparsi di questioni che toccano la sfera sessuale. I vescovi, che sono spesso uomini anziani, sono cresciuti in un contesto culturale e secondo schemi mentali in base ai quali lo sviluppo sessuale della persona (e conseguentemente le patologie connesse) è questione che non riguarda il pastore e che anzi lo mette a disagio. Di qui la tendenza rimuovere i problemi. Un quinto punto è l’immobilismo che nasce da una certa scuola secondo la quale, di fronte a questioni complicate, la soluzione migliore è non fare niente e aspettare che la bufera passi. Anche questo comportamento nasce da un modo burocratico e formale di concepire il ruolo di pastore: tutto il contrario di quella passione e di quel coinvolgimento che dovrebbe caratterizzare un vero padre. Un sesto punto riguarda la sindrome da accerchiamento e l’incapacità di confrontarsi con i mass media. Non appena uno scandalo viene alla luce, ecco che scatta, come riflesso condizionato, la tendenza ad accusare il mondo di essere contro la Chiesa e i mass media di essere strumenti del male. Il che impedisce un’analisi lucida e provoca quegli atteggiamenti di fastidio e superiorità che allontanano ulteriormente le persone e le comunità dalla Chiesa istituzione. Molti altri sarebbero i punti da prendere in considerazione. Ma una cosa è certa: in questi mesi Benedetto XVI si è dimostrato molto più aperto, coraggioso e lungimirante di numerosi suoi vescovi. Evitando di scagliarsi contro gli strumenti della comunicazione e di lanciare anatemi contro il mondo cattivo, e soprattutto chiedendo a tutti gli uomini di Chiesa di fare une esame di coscienza perché la persecuzione (ha detto proprio così) viene molto più dall’interno che dall’esterno, ha indicato una linea precisa e, se si può dire, molto laica, nel senso che non pecca minimamente di quel clericalismo che è invece la somma dei difetti ai quali abbiamo accennato sopra. Il clericalismo è la vera malattia dei pastori, perché li spinge a comportarsi da funzionari anziché da padri, li fa vivere in un mondo a parte, li allontana dal comune sentire, li abitua a considerarsi superiori e intoccabili, li spinge a mettersi al servizio dell’istituzione più che della verità. È in questo senso che andrebbe affrontato il problema del celibato. Esiste un nesso fra celibato obbligatorio e clericalismo. Il fatto di essere uomini consacrati, che fanno della purezza sessuale uno dei tratti distintivi più importanti se non il più importante in assoluto, può spingere alcuni vescovi e sacerdoti a concepire loro stessi come membri di una casta. Di qui l’idea di essere sostanzialmente intoccabili e di non dover rispondere alle domande e alle obiezioni del mondo, con tutte le degenerazioni che ne derivano. Si è parlato a questo proposito di “narcisismo clericale”, un atteggiamento, più o meno conscio, che può spingere alcuni pastori a idealizzare se stessi e a sganciarsi da un rapporto sano con gli altri. Se poi a questo si aggiunge il clericalismo di alcuni laici, i quali per propria insicurezza spirituale alimentano il mito del sacerdote superuomo, ecco che la miscela si fa esplosiva. Se l’anno sacerdotale consentirà una riflessione anche su questi temi si potrà dire che non è stato soltanto una celebrazione.

in “Europa” dell'11 giugno 2010

 

Il parroco solitario adesso non piace più

«Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar» . Beh, non è detto che la battuta di Adriano Celentano nella celebre Azzurro sia poi vera, oggi: i preti, in Italia, esistono (e resistono) ancora, non come nell’iper-secolarizzata Olanda dove, di recente, un vescovo ha affermato che… ci sono troppi sacerdoti per l’esiguo numero di fedeli. Parroci, impegnati tra i poveri, cappellani di movimenti e gruppi, professori di religione nelle scuole, giovani «coadiutori» imbrigliati in mille attività con ragazzi e adolescenti: il Belpaese pullula ancora di preti, uno ogni 1800 abitanti.

 

Ma chi sono questi «presbiteri» , parola di etimologia greca («i più anziani») tornata di moda dopo il Vaticano II, da cui l’abbreviativo solito? Come vivono? Cosa fanno? (...) Una miniera di notizie sul mondo clergy e un panorama sull’ambiente presbiterale nostra­no, perimetrando il campo di interesse al solo clero secolare. Che oggi ammonta a 33 mila unità, mentre all’inizio del Novecento si raggiungeva quota 68.848: l’età media è 60 anni, uno su 8 ha più di 80 primavere; la maggior parte si trova al Nord Italia (17.886), una porzione minore al Centro (6172) e una mediana al Sud (9637). Ma come vive oggi un prete? Prendiamo il modello parrocchiale, ancora largamente diffuso nello Stivale: 25.807 le parrocchie oggi esistenti, dove il parroco è il perno su cui ruota la vita della comunità.
L’esempio di don Fabio Pieroni, 52 anni, prete da 21, parroco di San Bernardo di Chiaravalle, periferia est della Capitale. Che parte da problemi concreti per delineare attuale del pastore d’anime: «Una volta a papa Giovanni Paolo II fu domandato pubblicamente un consiglio per facilitare la comunione tra i preti. Rispose: Mangiate insieme!». Il rapporto tra la formazione in seminario e la vita concreta? «Noi preti di parrocchia siamo davvero in prima linea e leggiamo sui libri dei grandi teologi o psicologi o sociologi quello che almeno un anno prima avevamo già fronteggiato, navigando spesso solo a vista».
Sempre in ambiente romano, l’autrice riporta la scansione quotidiana della par­rocchia di San Frumenzio ai Prati fiscali, dove la «bottega» apre alle 7,45 per le Lodi comunitarie, seguite da un’ora di preghiera silenziosa: «Un tempo da difendere, rimandando a dopo la messa colloqui o confessioni» . Alle 9 il parroco, il quarantaduenne don Gianpiero Palmieri, celebra l’eucaristia. «E poi inizia il delirio», la sua scherzosa ammissione. Durante la giornata scattano gli incontri personali: «Cerco di fissare sempre un appuntamento per i colloqui (5-8, tutti i giorni), accogliendo chi viene a chiedere aiuto per leggere alla luce della fede la propria storia. A volte incontro persone psichicamente molto fragili, qualche volta chi ha difficoltà economiche; poi ci sono universitari, anziani e pensionati, disoccupati e giovani».
A scandire la giornata c’è la lettura del breviario, un obbligo per ogni prete. E alla sera ecco gli incontri di formazione per adulti, coppie, giovani, catechiste… L’inchiesta della Badaracchi evidenzia che il modello «monacale» dell’anziano parroco solitario – molto diffuso – non è più auspicato dalle nuove leve. «Da parte dei più giovani si nota un appello alla vita comune: un seminarista su tre "da prete vorrebbe vivere in una comunità sacerdotale"», ovvero un gruppo di presbiteri che abita insieme. La solitudine è questione quotidiana per il «don»: il 38% vive solo, uno su quattro pranza solitario, il 37% fa lo stesso a cena. Racconta l’autrice, riferendosi a San Frumenzio: «Accanto al parroco ci sono altri sacerdoti con i quali vivere un’esperienza comunitaria a tutto tondo: il venerdì è la giornata dedicata a loro, al presbiterio». Don Palmieri narra del pranzo alle 13, l’Ora media recitata insieme, un momento serale di preghiera e condivisione comunitaria. Vi è poi, sempre più diffuso, quello che nei Paesi anglosassoni è chiamato il day-off, una giornata (a volte settimanale) di distacco dalle attività ordinarie.
Capitolo stipendio: forse il ministro Brunetta non sarà contento, ma nella Chiesa si applica la parabola del servo dell’ultima ora. Per 12 mensilità (non è prevista la tredicesima) un prete appena ordinato riceve 853 euro, un vescovo a scadenza di mandato (75 anni) 1300 euro: un parroco con 500 anime piglia lo stesso salario di uno con 10 mila fedeli. Sono poi contenti i «don» di essere tali? Badaracchi risponde citando casi di preti noti, come don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana: «Di solito bevo il caffè amaro. Qualcuno mi domanda: Come mai? Quasi sempre rispondo che è già molto dolce la mia vita. Ed è vero».
Il prete bergamasco – già cappellano nelle carceri – snocciola così il suo esser prete: « Una vocazione che sa di impasto di terra, cortile, fatica, eventi di forte sofferenza; volti di poveri 'belli' e provocanti, amore e gratuità; chiesa, campanile e scuola come 'luoghi' della comunità e della socialità; cammini di vita realizzati ' in cordata' e non da solo; studio bramato ma schiacciato e sofferto dentro tempi ristretti; testimo­nianze di vita, di sacerdoti e laici, forti e ordinarie; e tanta grazia di Dio» . Il teologo don Piero Coda, rettore della neonata università (di ispirazione focolarina) Sophia, guarda con rimpianto ai suoi anni in parrocchia: «Ho avuto la gioia di essere vice-parroco per una decina d’anni. È stato bellissimo. Ho imparato tanto: a essere fratello, padre, amico. Ho imparato tanto dai giovani (quanti campi scuola estivi entusiasmanti!), dalle famiglie, dalla comunità cristiana nel quartiere che mi era affidato. È stato un cammino che ha inciso profondamente sulla mia vita». Per don Vinicio Albanesi, presidente delle Comunità di accoglienza, essere «don» ha qualcosa a che fare con l’incarnazione di Cristo: è  «a vocazione di coniugare preghiera e opere, di tradurre concretamente la misericordia del Dio in amore» . Con preti così, vien proprio voglia di «chiacchierar».
Lorenzo Fazzini

 

Raccontare il Vangelo
Foreste, alberi, rami, frutti, germogli, montagne, uccelli. Spighe, falci, chicchi, mietitura, contadino, gigli del campo, granello di senape, ortaggi, pesci, ombra riposante ai margini di un pozzo...
... C'erano una volta i profeti e un Maestro di nome Gesù che parlavano di queste cose con la massima naturalezza.
... C'era una volta un Maestro di nome Gesù, il quale, dovendo spiegare una realtà difficile come il Regno di Dio, si affidava a un racconto, a immagini ricavate dai campi o dalla vita domestica (sale, lievito, farina, olio, vino, acqua, lucerna...).
... C'erano una volta preti che avevano la terra appiccicata alla suola delle scarpacce. Coltivavano l'orto, si occupavano personalmente della cantina, erano esperti di viti e di api, non disdegnavano la frequentazione della stalla o del pollaio, e quando passavano per i campi si fermavano ad osservare.
E poi sapevano raccontare.
La loro predicazione non sempre rientrava nei canoni classici dell'eloquenza sacra, in compenso azzeccavano senza fatica le immagini familiari al mondo della loro gente, e i paragoni erano quasi sempre indovinati.
Forse parlavano un po' a braccio. In compenso si facevano ascoltare e soprattutto capire.
Oggi i preti sfrecciano velocissimi sull'autostrada e non si fermano mai, se non all'autogrill. Organizzano viaggi - chiamati pudicamente pellegrinaggi (un santuario si trova sempre nei dintorni...) - nelle parti più remote del globo. Ma non camminano più. Tantomeno in campagna.
La loro predicazione, normalmente, è impeccabile, tirata a lustro come le loro scarpe. Parlano il linguaggio della tecnologia, svolgono i loro bravi temi sociologici, esaminano i problemi dal punto di vista psicologico e persino psicanalitico, citano i più moderni maitres à penser o opinion maker, fanno riferimento ai film di Ingmar Bergman e di Krzystof Kieslowski, citano i versi di cantautori famosi spacciati per poeti, declamano le poesie di Rilke e Hopkins, interpretano i quadri di Chagall e di Munch, discutono le tematiche dell'ultimo romanzo che nessuno degli ascoltatori ha ancora letto, polemizzano col teologo che non gli va a genio e di cui tutti ignorano perfino il nome, si avventurano spericolatamente perfino nell'analisi strutturale della Parola di Dio, tirano in ballo la semiotica, mettono in guardia contro i pericoli della new-age (che è l'argomento preferito nelle discussioni al bar o in famiglia...).
Tutto bene, funzionale. Ma non sanno raccontare. Le loro immagini, i loro esempi, risultano sfasati rispetto all'esperienza della gente comune, che di fatto li subisce più che mostrarsi interessata.
Per sentirli "parlare terra" bisogna aspettare una domenica in cui vengono costretti dai brani del Lezionario, cui non possono sottrarsi. Ma si intuisce subito che su quel terreno si muovono con evidente impaccio, e ne farebbero benissimo a meno, perché quelle cose non rientrano nei loro gusti.
Forse sarebbe opportuno rendersi conto che il linguaggio per "rendere" il mistero è il linguaggio delle cose semplici. Paradossalmente, il mistero può essere contenuto, non nell'involucro pretenzioso delle elucubrazioni intellettuali, ma nelle immagini legate alla vita di tutti i giorni. Il mondo che più ci è familiare è quello che meglio di ogni altro offre la possibilità almeno di sfiorare le realtà trascendenti.
Sorge spontanea una domanda: perché la religione non viene "raccontata"? Perché i fedeli sono costretti a sorbirsi lezioni teoriche, documenti dottrinali impervi, statistiche, inchieste, informazioni varie, dibattiti intellettuali, e non viene loro quasi mai regalata la sorpresa di un racconto?
Qualcuno implora: «Parlateci di Dio!» Io direi, soprattutto: «Raccontatecelo!» Gesù veniva da lontano, dall'alto. Ma aveva i sandali imbiancati dalla polvere delle strade. Anche per questo sapeva raccontare. E si guardava attorno, cercava gli occhi degli ascoltatori, vi leggeva dentro la loro vita quotidiana.

Alessandro Pronzato, La predica prova della fede, 104-106

Farsi capire

Diceva padre Nazareno Fabbretti, cresciuto alla scuola fondamentale del giornalismo: «La prima cosa da capire è che bisogna farsi capire». E il grande esegeta - nonché sensibilissimo poeta - Luis Alonso Schokel, scomparso nel 1999, ribatteva nella testa dei suoi studenti dell'Istituto Biblico di Roma questo chiodo: «Ricordate che chiarità è carità».
Sì, la chiarezza dice rispetto delle persone. Mentre l'oscurità, specie se voluta, magari camuffata da scientificità, denota un evidente disprezzo degli altri. Dobbiamo osare la chiarezza. E dobbiamo esigerla anche dagli altri. Chi sembra divertirsi a non farsi capire, in realtà, è uno che sta architettando una frode nei confronti del prossimo. Urge, perciò, smascherare questi imbroglioni. C'è da stare alla larga da chi non ha le carte in regola con la chiarezza. Bisogna diffidare di chi non va d'accordo con la semplicità.
Quanto più le cose sono difficili, tanto più occorre spiegarle in maniera facile. E se certe faccende appaiono complesse e ingarbugliate, uno ha diritto di... vederci chiaro.
Il guaio è che la chiarezza non la si apprende all'università, né penso ci siano insegnanti preparati sull'argomento. Però basterebbe (...) frequentare la scuola d'obbligo della vita comune. E il titolo di iscrizione è quello rappresentato dalla virtù dell'umiltà. Il prete dovrebbe rendersi conto che il problema non è quello di apparire dotto, ma di farsi capire da tutti. Se il prete rinuncia alla pretesa di apparire più intelligente della sua gente, e si mette su un piano di chiarezza e semplicità, la cosa torna a vantaggio di tutti.
Alessandro Pronzato, La predica prova della fede?, 90-91

 

Liturgia in altri tempi
Nel numero del 20 dicembre 2003 «La Civiltà cattolica», con un articolo di padre Cesare Giraudo dedicato ai quarant'anni della Sacrosanctum Concilium, descrive, per i lettori più giovani, la situazione nelle chiese prima del Concilio: «Entriamo, dunque, in una qualsiasi chiesa di una qualsiasi parrocchia. I fedeli sono riuniti nella navata, separati dallo spazio riservato al sacerdote mediante una barriera, spesso un cancello di ferro. Oltre la barriera, che si chiama balaustra, nell'area riservata, denominata presbiterio, i comuni fedeli non possono andare: quello spazio è riservato ai presbiteri, i sacerdoti. I laici presenti sono divisi per sesso e per età. I bambini occupano i primi posti: maschi da una parte, femmine dall'altra. Lo stesso vale per i giovani e per gli adulti: donne da una parte, uomini dall'altra, ma questi ultimi sono pochi, perché stanno quasi tutti in fondo, in piedi, vicini al portone o appoggiati alle pareti. I fedeli, ma anche qui gli uomini che lo fanno sono pochissimi, cantano in gregoriano, per lo più senza capire bene il senso delle parole. Quando invece è presente un coro, ascoltano in silenzio. Il sacerdote "dice" messa in piedi, in latino, volgendo le spalle ai fedeli e con tono di voce sommesso, tanto che solo chi sta nelle primissime file può ascoltarlo. Lo svolgimento liturgico è dettato da norme rigorose e nessun celebrante si sognerebbe mai di modificarlo, neppure nei dettagli più piccoli. Il sacerdote non ha aiuti da parte dei laici: legge, in latino, le letture e sempre in latino prega. Canta, traccia nell'aria tanti segni di croce. Lui dice messa e i fedeli ascoltano o, se non riescono ad ascoltare, assistono».
Padre Giraudo tiene a precisare che la maggior parte dei preti celebrava in questo modo con grande devozione e la maggior parte dei fedeli assisteva con grande e sincera pietà. Prova ne sia che se la fede è arrivata fino a noi lo dobbiamo proprio a questo tipo di liturgia. Un modello che aveva comunque gravi limiti, a partire dall'iper-protagonismo del celebrante e nella passività dei fedeli, ridotti al ruolo di pubblico.

Aldo Maria Valli - Luigi Bettazzi, Difendere il Concilio, 98

 


Parole, mani, braccia
«Una donna confessava a un prete contadino e solitario: "Quando vedo un parroco, me lo immagino come un contadino, un operaio, come un pescatore. Mi dico: 'Se dovesse servirsi delle sue mani, delle sue braccia, fosse costretto a guadagnarsi la vita, obbedire ad un padrone, scopare la casa, lavare i piatti, portare la borsa della spesa, vi riuscirebbe?' Se rispondo 'Sì', le sue prediche mi fanno del bene"».

Alessandro Pronzato, La predica prova della fede, 208

 La chiamata allo studio
«Durante le vacanze del 1951, dopo due anni di lavoro nella parrocchia di San Floriano, l'Arcivescovo Eugeniusz Baziak, che era succeduto nel governo dell'Arcidiocesi di Cracovia al Cardinale Sapieha, mi indirizzò verso il lavoro scientifico. Dovetti prepararmi per l'abilitazione alla libera docenza in etica e in teologia morale. Ciò comportò una riduzione del lavoro pastorale a me tanto caro. Mi costò, ma da allora mi preoccupai sempre che la dedizione allo studio scientifico della teologia e della filosofia non mi inducesse a "dimenticarmi" di essere sacerdote; piuttosto doveva aiutarmi a diventarlo sempre di più».

Giovanni Paolo II, Dono e mistero, 73