dal Vicario
«C’è monsignor vicario, che può molto, se vuole: eccolo. Gli puoi parlare».
Veniva avanti, scendendo dalla gradinata del duomo, un piccolo tozzo prete sulla settantina: il nicchio col fiocco rosso, sulla nuca: la grossa e rossa faccia vigilata da una fronte, che pur essendo larga non aveva nulla di nobile. Gli occhi sornioni e furbi, un po’ scappati dall’orbita, guardavano più volentieri oltre che attraverso gli occhiali, mal accomodati sovra un naso senza forma. Teneva la sinistra dietro la schiena, e la destra occupata a tagliar l’aria con un fascicolo di carte. Camminava a passi lenti, dondolandosi, con l’aria un po’ assente che aveva di solito e che in quel momento sembrava seguire il gridio dei rondoni che giocavano intorno alle alte e sottili guglie della cattedrale.
«Monsignore, don Bolli vi vorrebbe parlare».
«Bene, bene... Sempre soldato, sempre... ufficiale... ehi! Che nuove ci portate?». E intanto lo sguardo andava dai gambali al berretto, soffermandosi, senza volerlo, sul rosso scarlatto dell’ampia croce, coronata di nastrini azzurri-bianco-rossi.
«Quand’è che vi vedremo a casa per sempre?».
«Presto, monsignore; appena terminata la smobilitazione. Abbiamo tutti fretta».
«Non lo direi. Almeno per qualcuno... quel vostro amico, sì, quel vostro amico... come si chiama?».
«Don Ferretti, monsignore».
«Bravo, don Ferretti, proprio don Ferretti».
E invece di continuare, dondolava il capo, e il fiocco del nicchio pareva acconsentire all’interno giudizio.
«Vengo a parlarvi di lui, se permettete».
«Altro che permettere! Figurarsi: siamo qui apposta, per ascoltare chi ci vuol parlare di don Ferretti. Andiamo in ufficio: si parla meglio seduti».
Attraverso l’atrio, che dà sul primo cortile del vescovado, ove due pavoni, nei giorni di gala, gareggiano con i monsignori, per un secondo breve cortile chiuso in alto da un lucernario si entra negli uffici di curia, un tempo appartamento della famiglia vescovile.
«Sedetevi, sedetevi, signor tenente».
La tentazione era invece di uscire, lasciandolo solo nella poltrona ove s’era buttato più che seduto, con un oh! che pareva uno sbadiglio. E poiché don Stefano rimaneva in piedi come se non avesse sentito e con tale silenzio che l’imbarazzava: «Dicevate che venite da parte di don Ferretti, missus dominici...». «No, monsignore. Ho visto don Ferretti, ieri, a Levico: ci siamo anche parlati a lungo, ma non ho nessun incarico da parte sua. Non gli ho neanche detto che venivo qui. Fu durante il viaggio che mi decisi».
«Ah... un’ispirazione! Le ispirazioni vengono dal Signore o...».
Non lo lasciò finire. «Non so donde venga la mia. Sento che presentare la tribolazione di un confratello a un proprio superiore e proporre... no, mi sbaglio, pregare che il superiore non chiuda la porta in faccia al figliuolo smarrito, e supplicarlo di fare un ultimo tentativo, non possa venire dal maligno».
«Il maligno, il maligno!», e si mise a ridere forte. «Noi di una volta, lo chiamiamo il diavolo. Il maligno!». E poiché l’altro s’era irrigidito davanti ad un’ironia che gli gelava il cuore: «Dite, giovanotto; cosa vuole quel vostro amico?».
«Nulla vuole. Siamo noi, sono io che oso pensare e suggerire che basterebbe...».
«Cosa basterebbe?».
«Un po’ di cuore, forse; un po’ di paternità, come per il prodigo».
«Il prodigo, il prodigo? Vi deve piacere assai questa parabola. Non dimenticate che c’è anche la parabola dei rami secchi, che vengono tagliati e messi a bruciare. C’è anche l’invitato senza veste nuziale e sapete la sua sorte... in tenebras exteriores, capite? Hanno visto un po’ di mondo, questi giovanotti e ne sono rimasti abbacinati. E pretendono che la chiesa si pieghi ai loro miraggi. E una cosa solida, sapete, la chiesa: una pietra, et super hanc petram: e con le pietre non si fanno patti, giovanotto».
E lo disse con gusto, dilatando le spalle, che avevano davvero una solidità granitica. Pareva volesse rappresentare la sicurezza della chiesa, di fronte a don Stefano, troppo esile e alto, nonostante le fatiche della guerra, per dar l’impressione di una certa consistenza. Più che le parole, lo mortificava quella tranquillità così sicura, senza dubbi, senza sentimento. Pareva una pietra e ne ebbe quasi paura. Sì, forse aveva ragione lui, il vicario, di sorridere su quei sogni; ma se le parole (da una cartella logora aveva visto levare la lettera al vescovo) con cui essi esprimevano il loro animo erano inconsistenti, il loro star male era una cosa seria, tanto più che erano in molti... e gli altri non volevano neanche prenderne nota. Le pietre sono solide, senza loro merito; ma i cuori che, continuando a battere umanamente, mirano alla salvezza, la pagano a caro prezzo.
E poiché don Stefano continuava a tacere, l’altro, fatto più ardito da questo silenzio che pareva una resa: «Vedete» e sventolava i fogli della lettera «vedete cosa scrivono questi giovanotti! si danno anche l’aria di riformatori. Secondo costoro, la chiesa dovrebbe far questo, non dovrebbe far quello: peggio dei protestanti. Quelli almeno se le stampano per proprio conto le loro fantasie, e non osano mandarle a un vescovo sotto forma di ultimatum».
«Ha sbagliato, lo so», la voce gli tremava alquanto nella morbida chiarezza del timbro ordinario, «ma prima di condannarlo, tenete conto, monsignore, che don Ferretti è un uomo di azione, e gli uomini di azione non possono venire giudicati sulle parole, neppure sulle loro stesse parole. Quando si è vissuto per quattro anni una tragica vicenda, scrivendo una lettera di pena, riesce difficile non sbandare. Ma il cuore è saldo, monsignore, ve l’assicuro: anche il suo desiderio di servire la chiesa è grande».
Il vicario buttò ancor più in fuori gli occhi, come per accertarsi che tali propositi gli venivano proprio da chi gli stava davanti.
«Bravo, ma bravo! anche per voi dunque i principi son truppe di seconda linea. Ciò che conta è l’integrità del pensare, capite?». E con visibili segni di diniego, mentre tornava a fissarlo ironicamente: «E mi dite che hanno il cuore saldo!? Vi siete troppo buttati fuori nel mondo per avere il cuore a posto». Don Stefano ebbe un impeto di rivolta. Costoro, che erano rimasti seduti sopra una poltrona, dietro un paravento di carte, chiamavano «buttarsi fuori nel mondo» il vivere per anni dietro un muretto di una trincea, che a un’ora X, la quale scoccava sempre troppo presto, bisognava scavalcare per star vicino a chi andava a morire.
«Scusate, monsignore, quello che noi abbiamo visto e goduto è forse un po’ diverso dal mondo che immaginate. La guerra non è una parata. Laggiù, monsignore, si moriva, a centinaia, a migliaia. Ed erano giovani che, con calma disperata, chiedevano un motivo per chiudere gli occhi in pace. Ho visto il mondo, non il mondo dei nostri manuali, ma quello per cui il Signore si lasciava crocifiggere in ogni caduto». E poiché l’altro, quasi assente, con gli occhi semichiusi adesso, gli passava in rivista l’uniforme: «Mi trovate elegante e pensate che ci sia stato gusto a far l’ufficiale. Dovevate vederci dopo una settimana di Carso o di Piave: color di terra, sporchi, cenciosi, pidocchiosi e gli occhi pieni di morte».
«Un po’ di penitenza, figliuolo».
«Sì, ma di quella vera, non di quella pensata e dosata. E i più grossi peccatori non erano in trincea. Due sole colpe avevano i miei soldati: di essere poveri e di essere fedeli a un dovere, di cui non conoscevano bene il perché. Mentre noi...».
«Su dite, conosciamo il vostro gusto di prendervela con quei di casa». L’ironia, usata con insolito garbo, gli tolse la voglia di continuare.
Avrebbe volentieri gridato contro quella tranquillità farisaica, che non sopporta nessuna critica, che scusa qualsiasi cosa accusando quei di fuori. Ma ricordò di non avere una sua causa da difendere né un suo onore da tutelare, e facendosi subitamente calmo: «Perdonate, monsignore, se mi sono accalorato. Il discorso mi ha portato un po’ fuori. Ero venuto non per discutere, ma a chiedervi carità per un’anima, che se è cara a me, non lo è certo meno a voi e al vescovo». «Naturalmente anche noi gli vogliamo bene e preghiamo...».
«E allora» quasi sollevato «datemi un filo di salvezza, una proposta, un desiderio».
«Una proposta!? La chiesa non patteggia in questi casi. Rientri nei ranghi (e pareva compiacersi del linguaggio militare), la smetta con quell’aria di riformatore: poi, un mese d’esercizi presso i gesuiti. Il silenzio e la meditazione dei novissimi fanno bene, oh, se fanno bene».
«E poi?».
«Dopo la cura si vedrà come adoperarlo. Lo scandalo c’è stato e grosso. Certe sue lettere circolano. Capirete, una medaglia d’oro, un eroe. Ci vuol poco a far scalpore».
Don Stefano fissò il vicario con sguardo sconsolato. Non c’era neanche una parola che gli offrisse uno spiraglio. Se don Lorenzo avesse ascoltato il discorso, gli avrebbe gridato fieramente: «Ecco, ora sarai persuaso che non c’è cuore nel nostro mondo e che vogliono la resa a discrezione, senza tener conto di nulla, né del nostro soffrire né della nostra dignità. E tu speri di poter lavorare con costoro?».
Don Stefano, che era rimasto in piedi, quasi sull’attenti durante il colloquio, salutò monsignore, ed usci. L’uscio involontariamente si chiuse sbattendo e quel rumore parve a don Stefano il crollo del ponte col suo mondo.
Sulla piazza del duomo, il sole scendeva adagio adagio dalle guglie ravvivando le pietre dei rosoni e degli archi. Gettò lo sguardo in alto, verso il cielo, oltre le guglie, e ricominciò a respirare. Con quel tumulto nell’animo, aveva bisogno di correre. Attraversò i giardini e, per vie vuote e care, volse verso la stazione. Gli seccava l’ingombro del corso in giorno di mercato: tutta gente grossa, ben pasciuta, ben difesa, che continuava a far denari anche a guerra finita. Erano le care strade degli anni di seminario, quando in lunghe file si andava in duomo, strette, silenziose, con vecchie case e vecchi conventi e mura di giardini, con le piante che fiorivano a pasqua e a pentecoste e che egli conosceva come quelle del suo orto. Ovunque sentiva il bisogno di costruirsi intorno al cuore un po’ di cuore, e le cose l’aiutavano meglio degli uomini.