Noi cristiani purtroppo abbiamo rimosso la precarietà, soprattutto quando pensiamo alla chiesa e alle realtà spirituali da noi intraprese. Ci sentiamo garantiti dalla parola di Gesù: «Non praevalebunt» (Mt 16,18), interpretandola in modo illegittimo. Gesù infatti non toglieva la precarietà alla comunità cristiana, ma assicurava solo che l’inferno non avrebbe avuto l’ultima parola sulla chiesa di Dio. Ma noi sappiamo dalla storia che le comunità cristiane, anche quelle che sembravano grandi, salde, forti, influenti e potenti, a un certo punto si sono mostrate talmente precarie da essere cancellate. Sì, per molti secoli almeno qui in Europa la chiesa, la chiesa cattolica innanzitutto, è sembrata potente e piena di garanzie, ma oggi ecco i cristiani ridotti a minoranza in un mondo indifferente; e in questa chiesa le comunità cristiane, comprese quelle religiose, finiscono sempre più per riconoscersi fragili, deboli, precarie... Ma in verità questa è la situazione normale dei cristiani nel mondo: anormale era, se mai, la cristianità da Costantino fino ai tempi moderni! Gesù aveva indicato i discepoli come sale, luce, città posta sopra un monte (cf. Mt 5,13-16), aveva letto la dinamica del Regno come quella del lievito nella pasta (cf. Mt 13,33) e aveva chiamato la sua comunità «piccolo gregge». (continua - fai il download dell'intero testo)